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Ma c’è qualcuno che si domanda cosa davvero vogliono le donne?

 

 di Carlo Bellieni

 

Due paradossi gravano nella nostra società sul mondo della conoscenza della vita prenatale. Da una parte, avanza la scoperta della profonda umanità del nascituro, dall’altra c’è un forte impulso a stendervi sopra una cortina di pesante e imbarazzato silenzio, tanto che sui media quasi non se ne parla, per non sembrare anti-abortisti. Ma oggi molti segnali dicono che questo silenzio ha le ore contate:  vediamone alcuni.
Una donna nello Stato del Vermont ha chiesto, pochi giorni or sono, che i suoi due “feti” morti per un incidente d’auto venissero riconosciuti legalmente come bambini, perché chi ha causato l’incidente se ne assumesse le reali responsabilità. A chi nega il valore umano della vita prenatale questa richiesta di una semplice mamma non piacerà. Così come non piacerà leggere che nel South Dakota la giudice Karen Schreier ha imposto che a chi vuole abortire venga spiegato che l’aborto è la fine di una vita; e non piacerà che in Germania per gli aborti tardivi i medici, dal maggio 2009, siano obbligati a spiegarne le conseguenze psicologiche, illustrare cosa vuol dire la vita con un bimbo disabile e offrire delle alternative. Ma non piacerà nemmeno che nella laica Francia, da un anno circa, la legge permetta alle donne che perdono un bambino non ancora nato non solo di poterne avere il corpicino e seppellirlo, ma anche di dargli un nome e iscriverlo all’anagrafe, indipendentemente dall’età gestazionale del piccolo. Insomma si coglie nell’aria un vento di riconoscimento del valore e dell’essenza della vita prenatale.

Il secondo paradosso è che alla conoscenza dell’umanità prenatale fa da contraltare la contemporanea ricerca ansiosa di nuovi sistemi per passare al setaccio genetico tutti, ma proprio tutti, i bambini non ancora nati e di nuovi sistemi rapidi per interrompere le gravidanze. Si cerca di avere notizie genetiche sul nascituro sempre più precocemente - ora anche sul suo sesso direttamente dal sangue della madre - e si richiedono sistemi per abortire in modi sempre più rapidi, come se l’evidenza scientifica e umana di un aborto si facesse sentire di meno se si fa in modo più spiccio.
Ma esiste un’evidenza scientifica inesorabile che nasce da studi fatti da ricercatori in ogni parte del mondo e che mostra la piena umanità del nascituro. Recentemente il “Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition” (marzo 2009) riportava un’analisi della letteratura scientifica in cui si mostrava chiaramente come addirittura i nostri gusti alimentari si formino prima della nascita a seconda di quello che la mamma mangia e arriva attraverso il liquido amniotico al bambino, facendoglielo assaporare per lungo tempo prima della nascita. Anche l’istituto National Geographic ha realizzato un bellissimo video (In the Womb) con forti immagini nella cosiddetta tecnica “a 4 dimensioni” sullo sviluppo del bimbo prenatale, recensito con calore dal “New York Times” e disponibile, in parte, sul web. La medicina prolifera di congressi dal titolo “Il feto come paziente” - l’ultimo si è svolto nel marzo scorso a Sydney - e si moltiplicano libri, riviste e fondazioni dedicati alla medicina prenatale. Basti, ad esempio, ricordare che la rivista pediatrica “Early Human  Development”  ha  come sottotitolo “Rivista internazionale sulla continuità della vita fetale e postnatale”, e il “British Medical Journal” edita una rivista pediatrica che ha una “Fetal and Neonatal Edition”.
Negare l’umanità di chi non è ancora nato porta anche delle conseguenze che riguardano i bambini ormai nati e in piena crescita dopo la nascita, come la difficoltà nell’attaccamento prenatale. Il rapporto psicologico e affettivo tra mamma e bambino inizia ben prima della nascita; ogni mamma sa che può addirittura dialogare col proprio bambino non ancora nato.
La psicologa parigina Catherine Dolto ha scritto un breve saggio sulla possibilità di sfruttare questo contatto, detto aptonomia, nella quale si può coinvolgere anche il padre nel dialogo complice ed affettivo fra la madre e il “feto”.
Sappiamo anche che il livello di attaccamento affettivo prenatale predice il livello di attaccamento tra mamma e bambino dopo la nascita (Anver Siddiqui, in Early Human Development, Amsterdam, Elsevier, 2000).
Esiste anche il problema della scarsa protezione fetale. “Anche se il feto non è una persona giuridica, ha lo stesso il diritto di essere non fumatore”. Sono le parole di Michel Delcroix, docente di ostetricia a Lille riportate da “Le Figaro” del 21 gennaio scorso e la dicono lunga. Fumo, alcol e stupefacenti in gravidanza mettendo a gravissimo rischio la salute del “feto”, rischiano di rovinare la vita di chi nasce.
Ma si fa abbastanza per mettere in guardia le donne? Si fa abbastanza per garantire loro un ambiente ecologicamente sano in gravidanza, mentre sostanze come pesticidi, solventi, metalli pesanti le circondano e ne mettono a rischio la fecondità e la prole? Sarebbe davvero facile far passare questi messaggi se si partisse dall’evidenza che in loro abita un bambino di cui sono la prima dimora, e che la mamma e la società devono garantire al piccolo ospite il massimo comfort.
C’è anche un aspetto che chiamerei il “lutto defraudato”. La perdita di un bambino prima della nascita è un trauma per la madre e per il padre. Ma troppo spesso chi lo subisce non viene aiutato a elaborare il lutto, condizione forte per aiutare la salute psichica della persona. Evidentemente non si può elaborare un lutto per la morte di “qualcuno che non esiste”. E questo genera traumi che talora richiedono cure particolari.
Infine, si arriva, nell’epoca della ultraspecializzazione in medicina, al paradosso che il medico della mamma deve sobbarcarsi anche della diagnosi e cura del bambino in utero, il quale solo alla nascita avrà diritto ad un proprio pediatra.
Dunque non si tratta di un problema sentito solo da chi è contrario all’aborto, ma è una questione che riguarda la salute pubblica. Anche perché di recente la rivista “Lancet” (Si deve offrire alle donne un’assistenza psicologica post-aborto, 23 agosto 2008) ha mostrato che far nascere un bambino da una gravidanza indesiderata non genera problemi psicologici maggiori che abortirlo; dunque crolla anche il mito dell’aborto come presunta salvaguardia della salute mentale.
La scienza, insomma, mostra l’umanità della vita fetale, mentre dall’altra parte la nostra società ricerca ansiosamente sempre più raffinati strumenti chirurgici o chimici per farla scomparire. È un paradosso della mentalità occidentale che offre risposte standard senza l’elasticità di ascoltare bene le richieste e talora senza fare i conti con i dati di fatto.
Ma c’è qualcuno che si domanda cosa davvero vogliono le donne? Vogliono forse sempre più strumenti per abortire o piuttosto - e tante donne lo reclamano - sempre più risorse - economiche, culturali, sociali - per abbracciare il figlio, per riconoscere la compagnia del piccolo bimbo che portano dentro di sé? Le tragiche parole della mamma del Vermont a cui sono morti i due figli-feti, sono significative e non necessitano commenti:  “Per me sono bambini:  hanno capelli, occhi, naso, labbra perfettamente formate. Hanno dita, unghie. Non so come lo Stato del Vermont possa dire che non sono bambini”.

(©L’Osservatore Romano - 19 settembre 2009)

 

 

 

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