Le sorprese «pro-life» di Aldo, Giovanni & Giacomo
February 2nd, 2010
di Carlo Bellieni
Chi l’ha detto che le parolacce siano controindicate al grande pubblico? Aldo, Giovanni e Giacomo sono proprio questo: tante parolacce e tanta arte; ma soprattutto tanto senso religioso. Impossibile? No, se sappiamo leggere bene. E se non ci fermiamo alla scorza. E come fermarsi alla scorza guardando “I Corti”, raccolta di brevi sketch, in uno dei quali i tre amici impersonano tre feti nella pancia della mamma? Nessun moralismo, ma un messaggio chiaro che vale più di mille conferenze! Sono tre piccoli feti (anche coi baffi!) ognuno col suo cordone ombelicale: sentire dei feti, vederli, guardarli: quale proclama pro-life è più tenero e forte? E cosa dire di “Così è la Vita”? Un film il cui finale è un’apoteosi di religiosità, con un’immagine serena e dolce della morte, con i tre che sono condotti da un angelo fino ad un… passaggio a livello oltre il quale c’è il Paradiso, ma che solo Aldo (che poi è il più furfante dei tre nel film) attraversa; ma subito torna indietro dai suoi amici che intanto stanno
riconoscendo i loro peccati in un’attesa che è un chiaro ed esplicito Purgatorio, per portarli poi allo stupore del vero Paradiso: il tutto tra battute, sorrisi, qualche parolaccia, ma in un esplicito riconoscimento del soprannaturale. Aldo: “Qui entra gente solo di un certo livello. A parte che se non era per me voi rimanevate fuori, ve lo siete dimenticati?” Giovanni: “Certo che qui è bellissimo eh?” Giacomo: “Più che bellissimo!” Giovanni: “E’ grandioso” Giacomo: “Più che grandioso!”. E infine l’ultimo film, Il Cosmo sul Comò, in cui tratta la storia di un prete e la tratta con tenerezza e profondità, parlando di confessione e di eucaristia con profondità e allegramente, proprio come ci fa piacere sentire. Giovanni: “Padre, esiste davvero l’inferno?”Giacomo: “Che domande, certo che esiste l’inferno”. Giovanni: “Ed è eterno?” Giacomo: “L’inferno è un fuoco eterno” Giovanni: “Ma chi ci va dentro?” Giacomo: “L’inferno è frutto del peccato. Se pecco creo l’inferno e ci entro dentro di mia spontanea volontà” Giovanni: “Come se fosse un autobus!” Giovanni: “Sì, ma se sali sull’autobus del peccato e non scendi alla fermata della confessione, il capolinea sarà la dannazione eterna”. D’altronde, diceva GK Chesterton, che chi ride da solo o lo fa con Dio o lo fa col Diavolo; e così, potremmo dire noi che i film con chiese e preti o sono fatti da uno spirito devoto o da chi ha astio verso la Chiesa; e con Aldo, Giovanni e Giacomo siamo nel primo caso. Forse non se ne rendono conto perché magari la loro è solo un’espressione di ciò che hanno respirato da ragazzi, ma vederli è dolce e rassicurante. E quando trattano nello stesso film la storia della coppia cui una dottoressa (odiosissima nel film)propone la fecondazione eterologa e Giovanni trascina via la moglie inorridito e alla fine, mentre è triste e solo, trova per miracolo due bimbi in un cassonetto e borbotta andandosene, poi torna indietro e ne salva uno, anzi due, siamo davanti ad un giudizio, ancora una volta controcorrente, sereno e forte, chiaro e allegro. Insomma: viviamo di pregiudizi, e pensiamo che parolacce e & Co. siano male, tutto il resto sia bene. Sbagliato: spesso, come diceva Fabrizio de André “Dai diamanti non nasce niente” e dalle “parolacce”, diremmo noi, “nascono i fior”. Anzi, talora proprio dove tutto è pulito, troppo pulito, arriva l’inganno. Per Chesterton, in fondo, certi delitti si compiono meglio nella pulizia dei grandi palazzi dove non si lasciano tracce di fango; e dove “manca un po’ di sana sporcizia cattolica”.
di Carlo Bellieni*
della età materna, le nascite gemellari aumentate in seguito ai trattamenti per la fertilità e le nascite moderatamente premature, spesso associate all’aumento di tasso di tagli cesarei.
di Carlo Bellieni

di Carlo Bellieni
lampante per il fatto che tutti personaggi hanno la pelle gialla, che non ha nulla a che vedere con una tinta orientale, ma che invece vuole comunicare un senso di malaticcio. Ma se la storia della famiglia Simpson va avanti da vent’anni ci sarà un motivo, e questo è semplice: sono il nostro ideale. Come, sento già dire, ma lei pensa che noi vorremmo essere così? Che vorremmo essere violenti e falsi, squallidi e bulli? Certo che no, rispondo, ma c’è una cosa che invece vorremmo e che genialmente dalla serie Simpson arriva senza prediche, arriva forte ma nel sottofondo, come la risacca del mare quando siamo sulla spiaggia; non ce ne accorgiamo ma ci sovrasta. Lo dirò molto semplicemente (anche se sento già le critiche di chi nella serie TV vede solo la critica al perbenismo, all’ideale borghese o all ‘american way of life, pur presenti ma non sufficienti a spiegare il successo): tutte ma proprio tutte lo puntate della serie, in cui i personaggi si insultano, si picchiano, si tradiscono… finiscono con l’abbraccio di questa piccola famiglia che, qualunque cosa abbiano fatto, non li abbandona. Homer in una puntata entra in una specie di loggia massonica da cui poi viene regolarmente cacciato, e la moglie lo consola dicendogli “Vedi Homer, tu fai parte di una loggia speciale , la nostra famiglia, dove due membri portano due anelli speciali di riconoscimento” (e guarda le fedi); hanno un nonno antipatico e brusco, ma non lo abbandonano, e così via. Tra tutto questo troviamo delle chicche che ci commuovono, come la puntata “Don’t fear the roofer” (ma non fatevi scoraggiare dal titolo italiano) in cui Homer disperato e depresso va al bar di Moe e lì, oltraggiato e deriso, trova Rio, un personaggio nuovo che appare proprio come l’amico ideale: ma, paradossi possibili solo nei cartoon, nessuno vede Rio, tanto che Homer inizia a gridare per convincerli “Rio esiste, Rio esiste, io l’ho visto!” finché lo ricoverano, negando che Rio esista davvero (capite la metafora), finché non si svela che le persone che non vedevano Rio non lo vedevano per motivi paradossali da cartoon (glielo impediva un buco nero, gli passava davanti un camion…) ma Rio c’era (e comunque Marge non aveva mai abbandonato Homer, nemmeno quando pensava che fosse impazzito). E mitica è la puntata “Bart si vende l’anima” in cui il piccolo Milhouse compra l’anima di Bart e questi inizia a disperarsi perché si sente incompleto, Lisa gli spiega che l’anima è ciò che ci fa persone e che ci fa vivere per sempre, fino al lieto fine dovuto all’amore familiare che gli ricompra il contratto di vendita. Potremmo continuare, ma mi interessa un fatto: siamo troppo abituati a sentire veicolare messaggi buoni da personaggi buoni (preti santi e simpatici, eroi…), mentre la sfida vera dei media USA è di farlo attraverso messaggi umanamente ambigui, ma che svelano il fondo buono a chi sa leggerlo. Il problema è che nessuno insegna più a leggere i segni del bello e non fermarsi alla crost
Quando il dolore insegna a rinascere
non lo vuole vincere perché è più facile invece di combattere, aprire delle scorciatoie. Ma c’è chi le scorciatoie non le prende: perché ha figli davvero malati e non può fare finta di vederli, perché non riesce a camminare o parlare o guarire da un tumore. E questa gente è un ostacolo alla strategia delle scorciatoie, dell’abbassamento del desiderio: deve semplicemente farsi da parte. E ci riescono a scansarli, tanto che i giornali non ne parlano mai: se fate una proporzione tra le pagine che parlano di handicap e quelle che parlano di calcio o di veline, capite bene che l’abisso è enorme. Ci riesce la società a farli mettere da parte, con le barriere architettoniche, i prezzi alle stelle dei supporti per disabili, la difficoltà a trovare assistenza domiciliare; e ci riesce proponendo diagnosi prenatali a tappeto, apertura mentale(in certi Paesi) verso l’eutanasia non più di chi è in fin di vita, ma semplicemente di chi di questa vita è stufo. Ma questa censura non racconta che c’è chi dal dolore è rinato, chi ha avuto un figlio gravemente malato e per una strana grazia non si è lasciato andare, non si è sentito sommergere dall’abbandono e dalla tristezza, e come mostra la ricerca scientifica, ha avuto quella che si chiama “crescita post traumatica”: o si muore o si diventa uomini; e quanti sono rinati per non morire, dopo una notizia di avere una brutta malattia o di un crack finanziario. Molti non ce l’hanno fatta. Ma come diceva un telefilm del dr. House, “il fatto che nel 25% dei casi i suicidi non abbiano dato segnali agli amici prima di uccidersi significa solo che il 25% dei suicidi ha amici che non sono amici”. Già, molti muoiono per mancanza di amici e molti crescono perché trovano supporto: allora non è vero che la nascita di un figlio malato è la fine del mondo, che la sofferenza e il “fallimento” (mito e spauracchio della società opulenta) significa inevitabilmente morte. Lo scrive il sottoscritto che della lotta al dolore ha fatto il suo ambito scientifico: il dolore si deve combattere, ma non si deve demonizzare, perché se si demonizza si fugge invece di affrontarlo, o si confonde con la morte; e il dolore non è la morte, mentre chi lo dice pensa che allora la morte sia meglio del dolore, evitando così di trovare e cercare e studiare tutte le strategie per vincerlo, il nostro nemico dolore. Nemico giurato, ma anche sveglia della sensibilità, come sa qualunque medico che combatte il dolore ma sa usarlo per riconoscere le malattie: se non ci fosse il dolore non ci renderemmo conto che abbiamo l’appendicite; se non avessimo la sofferenza non ci renderemmo conto che la vita non la facciamo da soli, e non andremmo in cerca degli altri; altri che non solo colmano la solitudine ma per un dato intrinseco all’essere umano, moltiplicano le forze di una persona, la nobilitano essendo un uomo un essere solo e unicamente sociale. E anche la persona immobilizzata a letto viene nobilitata ancor più dal riconoscere di avere lo stesso destino di chi la circonda; il problema è se chi la circonda la guarda come un valore infinito o come qualcuno che in fondo sarebbe meglio che togliesse il disturbo. Ma le famiglie che soffrono restano sole e questo è il grande peccato sociale: non volerle vedere per non dover ammettere che la loro vita non è finita, e per non giustificare la propria viltà di essere fuggiti mille volte, mentre le famiglie che soffrono resistono. Riusciranno ad allearsi le famiglie che soffrono, a farsi sentire, a trovare chi le fa parlare? Le famiglie che soffrono esistono e sono forti, talvolta crollano e muoiono, ma spesso crescono e incombono come un giudizio sulla società cullata e drogata dal mito della qualità della vita.
dolosa mancanza di istruzione e di alfabetizzazione all’uso, al godimento dell’oggetto non solo finché “mi fa piacere”. L’idea di “rifiuto” è un’idea postmoderna, che nasce quando si è iniziato a pensare che qualcosa possa non aver un senso, nella società che afferma che nulla ha senso e che tutto arriva per caso e che in tutto deve prevalere la legge non della logica solidarietà ma quella del più forte. E tutto è rifiuto: dalle pesche con una macchia al grappolo d’uva con un chicco schiacciato; dalla scatoletta di carne che potrebbe durare molto ma molto di più della scadenza al libro con una piccola piega in copertina, tanto che i bambini si rifiutano di mangiare la banana con un piccolo segno nero, o la ciliegia con un graffio dovuto alla grandine.








