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Carlo Bellieni parla della famiglia naturale e dell’importanza del matrimonio, temi al centro del prossimo Sinodo di ottobre

Roma, 29 Settembre 2014 (Zenit.org) Antonio Gaspari | 91 hits

Domenica 5 settembre si aprirà a Roma l’Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. Un incontro internazionale di grande rilevanza, attraverso il quale, secondo le intenzioni del Pontefice, si vuole dare seguito a quanto discusso nel Concilio Vaticano II, sanando le antiche fratture e rispondendo con una pastorale adeguata alle urgenze dei tempi moderni.

Le anticipazioni dei media sui temi che verranno discussi hanno già scatenato contrapposizioni tra gruppi diversi, per questo si rischia di creare un po’ di confusione su cosa veramente accadrà durante il Sinodo. Per fare chiarezza sui temi realmente in discussione nell’assise, ZENIT ha intervistato il dott. Carlo Valerio Bellieni,pediatra e saggista italiano, esperto di neonatologia.

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Quali sono, secondo lei, i temi più rilevanti che dovranno essere sollevati al prossimo Sinodo sulla Famiglia?

Due temi su tutti: la definizione di famiglia; e la faciloneria con cui si pensa di poter oggi sposarsi senza riflettere sull’impegno, la fatica, la promessa, e le gioie, le prospettive, le speranze che la famiglia porta. Poi i problemi sociali: le famiglie degli immigrati che hanno dovuto lasciare a casa i figli, le politiche familiari carenti, le tassazioni che non distinguono l’ammontare del nucleo familiare.

Perché?

Primo: se non si riparte dalla definizione, ognuno viene autorizzato a dire la sua: deve esser chiaro che la famiglia non è basata dal desiderio di convivenza, ma di genitorialità con tutto quello che ne deriva dal punto di vista della complementarità uomo-donna e della irrevocabilità: famiglia non è una bella amicizia, un grande amore, un gruppo affiatato di parenti: è altro. Secondo: la faciloneria va curata: sposarsi non è “bello finché dura” e non ci si può sposare in chiesa “per avere una bella coreografia”. Infine la politica che trascura la famiglia non è accettabile.

I media hanno prestato molta attenzione alla discussione sui divorziati risposati e sulla possibilità o meno di accedere all’Eucaristia. Lei cosa ne pensa? E’ veramente questo il tema più rilevante oggi nella Chiesa cattolica?

Bisognerebbe affrontare prima una domanda: non ci si sposa con troppa facilità, senza considerare che se si prende un impegno bisogna soppesarlo prima e mantenerlo poi? All’idea del matrimonio-impegno-serio si è contrapposta negli anni l’idea di matrimonio-magia, legato alle sensazioni-finché-durano. A questo va legato l’accesso spesso superficiale del matrimonio in chiesa. Rifondare la serietà del matrimonio impedirebbe tante separazioni e, come tutte le malattie, bisogna curare le cause e fare prevenzione: pensare solo a limitate corse ai ripari è tardivo.

Calo dei matrimoni, incremento di divorzi e separazioni, culle vuote, diffusione massiccia di pillole abortive…. Tutti mali provenienti dalla diffusione di quella che il Papa definisce “cultura dello scarto”. Un tema su cui lei ha pubblicato recentemente anche un libro (“La cultura dello scarto e la sfida della solidarietà” edizioni Paoline). Che cosa dovrebbe fare la Chiesa per contrastare queste tendenze così distruttive?

Raccontare la bellezza. Riprendere a far cultura sui media mostrando la vita, la bellezza della vita che nasce e che si condivide, la difficoltà della gioventù e la forza di chi aiuta gli altri a vivere; senza rifuggire dal confronto, cosa di cui si era visto un accenno durante il referendum del 2006; ma quanto c’è nei programmi televisivi, nei giornali più diffusi, che non abbia un segno della suddetta cultura dello scarto, cioè un’inneggiare al consumismo che genera rifiuti urbani e rifiuti umani? Davvero pochi esempi. Più presenza nei media, non con “predicozzi”, ma raccontando le mille storie grandiose e normali di vita, di amore, di dedizione. La gente ne ha davvero sete. Perché non si vince andando dietro l’ennesima provocazione: in questo il Papa sta tracciando una buona strada.

Il 19 ottobre verrà beatificato papa Paolo VI, l’autore della Humanae Vitae. Cosa può dirci in proposito?

Bisogna conoscere la strada che porta all’Humanae Vitae, che non nasce da un sentimento dogmatico, ma dall’osservazione della vita; per questo segnalo due bellissime proposizioni-premonizioni che il cardinal Montini scrisse nella lettera apostolica del 1960 “Per la famiglia cristiana” rivolta alla diocesi di Milano: la prima è sul centro della famiglia: i figli: “Oggi il bambino è maggiormente consi­derato come fine del matrimonio, fine primario insegna la Chiesa; ed è assai più curato, più protetto, più assistito, più educato, più amato, che non lo fosse un tempo. La pedagogia moderna è giunta al punto di condizionare la vita dei genitori in rapporto a quella del bambino, e di erigere il bambino, in un certo senso, a loro educatore”; la seconda è l’unica vera invettiva che compare nella lettera, di grande attualità: “La famiglia: guai a chi ne abbassa, o ne deturpa il concetto. Guai a chi diverte il pubblico divulgando le miserabili storie del vizio, e lo affascina illustrando le turpi vicende della mala vita e gli scandalosi amori dei divi e delle dive, come si trattasse di avventure puramente interessanti l’avida curiosità di animi deboli e indifesi!”. Tutte le raccomandazioni di Paolo VI nascono da un amore e un rispetto per il debole: bambino e la famiglia stessa, attaccata e soffocata da mille insidie.

Di recente anche il rapporto annuale delle Coop, ha concluso dicendo che “senza figli non c’è futuro” ed ha invitato il primo Ministro Matteo Renzi a sostenere le famiglie favorendo le nascite. Che ne pensa?

Ogni programma politico che non mette prima i deboli e poi i diritti dei ricchi non è un programma accettabile. E tra i deboli oggi ci sono i giovani che hanno un gravissimo impedimento economico nel far famiglia. Considerato poi che far figli in età avanzata è un grave rischio per la salute, si capisce come l’invito non sia morale, ma sociale.

LogoAvvenireCarlo Bellieni


U
n’epidemia di sterilità percorre il mondo indu­strializzato. Il quotidiano
Bloomberg news in set­tembre traccia il calo demografico Usa, descri­vendo un’ipotetica 25enne felice di aver fatto cre­scere per un anno un bonsai, ma non ancora pronta per avere un cagnolino e «men che me­no un bambino»; il Telegraph lamenta che anche gli im­migrati, che finora avevano sostenuto il tasso di fertilità inglese, stanno accodandosi alla media di figli/donna dei britannici; e secondo un rapporto presentato al Parla­mento locale, la Corea del Sud va verso l’estinzione nei prossimi decenni, con un tasso di 1,19 figli per donna. Anche in Italia vediamo il minimo storico: 1,29 fi­gli/ donna secondo l’Istat, complice certo la crisi econo­mica, ma anche una riduzione patologica di fertilità. Già, perché anche chi vuole avere un figlio oggi vi riesce con molta più difficoltà di anni addietro. La rivista En­vironmental international di questo mese riporta un am­pio studio in cui mostra il legame tra inquinamento am­bientale, traffico, e infertilità; e in maggio su Fertility and sterility un importante studio riportava che la presenza di plastiche nell’organismo nei maschi porta un calo del 20% in fertilità. Per non parlare del tasso di infertilità che cala con l’aumentare dell’età materna (per moda o per esigenze di lavoro ormai sempre più avanzata): nel­le ventenni la possibilità di concepire durante un ciclo mestruale è 1 su quattro, ma cala a 1 su 5 a 30 anni per crollare a 1 su 20 dopo i 40 (dati American Society of Reproductive Medicine e ministero della Sanità cana­dese).

Crollano le percentuali di chi riesce a mettere al mondo un bebè, ma invece di ricercare le cause si continua a ignorare l’avanzare di un mondo inquinato e vecchio. E il ricorso alla provetta è frutto dell’illusione che «la medicina può tutto»

Il Daily Mail riporta che una coppia su sei in In­ghilterra ha difficoltà a concepire.

Insomma, la società del benessere è malata di sterilità, ma invece di puntare il dito su chi non ha fatto preven­zione – e i rischi sono sotto gli occhi di tutti, basti pen­sare al diffondersi di pesticidi, di plastiche, di solventi, di lavori stressanti, di gravidanze procrastinate – si dà la caccia a chi vuole discutere sulle glorificazioni acritiche delle tecniche di laboratorio per concepire. Così non va: la sterilità è in crescita.
C
resce per motivi sociali o ambientali: perché si fan­no figli quando inizia a diventare difficile concepi­re, o perché l’inquinamento genera nell’ambiente sostanze che entrano nell’organismo con una struttura simile a quella dei nostri ormoni, tanto che alla fine l’or­ganismo gli ormoni finisce per produrli di meno con va­rie
conseguenze, tra cui l’infertilità. E in questo clima epidemico, di coppie che arrivano al­la disperazione perché non riescono a fare figli, tutto quello che vediamo pubblicizzato a gran voce sui gior­nali sono i mille modi di fecondazione che sono però una corsa ai ripari quando l’epidemia è già scoppiata. Ma non si parla di prevenzione. È un po’ come se si vo­lesse combattere la malaria distribuendo un po’ di chi­nino invece di bonificare le paludi. È un modo di agire che guarda solo a correggere alcune conseguenze inve­ce che le cause.

L’impressione è che si è più attenti a dare spazio ai co­siddetti «nuovi diritti riproduttivi» – molto di moda – piuttosto che a una seria lotta all’infertilità.
A
ddirittura l’eccesso nel decantare la Fiv può essere un ulteriore problema, inducendo a procrastinare la gravidanza, nell’illusione che «tanto la medicina può tutto»; tanto che la rivista
Plos One recentemente pub­blicava uno studio tedesco in cui si mostrava che la po­polazione sottostimava il rischio che l’avanzare dell’età porta alla fertilità, e sovrastimava molto le possibilità di successo della fecondazione in vitro. Senza ricordare che anche la Fiv dopo una certa età – o in presenza di certi fattori inquinanti – ha basse possibilità. Forse tanto chiacchierare sul diritto alla Fiv è un’arma inconscia di distrazione di massa per non guardare in faccia il pro­gressivo ammalarsi di un mondo inquinato e invec­chiato, di cui la sterilità è solo un sintomo e ai cui ri­medi non vuole metter mano.

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La Cultura dello Scarto

September 22nd, 2014
Nella società di oggi viviamo immersi in una cultura che ci rende insensibili agli sprechi e ci spinge a scartare o rifiutare tutto ciò che non rientra negli standard del consumismo: è necessario risvegliare la nostra coscienza critica e combattere questa mentalità
“Cultura dello scarto” è una frase che abbiamo sentito molto spesso nell’anno scorso, poiché risuonava frequentemente nei discorsi di papa Francesco. Descritta come unatragedia epocale, una malattia sociale che contagia tutti, è una delle sfide più importanti da affrontare oggi. Il pericolo, infatti, è di ‘abituarsi’ ad essa, di accettarla generosamente nel nostro vocabolario, ma senza capirla, senza una riflessione profonda, la quale potrebbe cambiare qualcosa – almeno nel nostro atteggiamento.
La sfida della solidarietà – perché?
Per risvegliare, quindi, una coscienza critica di fronte a questi fenomeni, le Paoline hanno pubblicato il libro La cultura dello scarto e la sfida della solidarietà, scritto da Carlo Valerio Bellieni, per mettere in guardia dai rischi connessi a tale fenomeno e diffondere il pensiero del Papa. L’autore paragona la genialità del richiamo di Bergoglio nel combattere la cultura dello ‘scarto’ alla genialità del bravo medico che, invece limitarsi a colpire i sintomi, colpisce al cuore la malattia. “La cultura dello ‘scarto’ è la malattia vera, il resto sono sintomi. Impariamo difenderci”.
I sintomi: dai rifiuti urbani …
Una delle domande che ci può aiutare in questo cammino è: “Dove erano le discariche a metà del secolo scorso”? Forse una domanda sorprendente, ma ancora più sorprendente è la risposta ad essa: non c’erano! Si comprava quello di cui si aveva bisogno, non quello che la pubblicità proponeva come la cosa necessaria per renderci felici. Le cose si riusavano, non si buttavano semplicemente e non se ne compravano di nuove – ad esempio si aggiustava la sedia rotta e quando non si poteva più aggiustare era usata per alimentare il fuoco.
Abbiamo inventato noi i rifiuti, lo ‘scarto’. Negli ultimi anni, soprattutto con il rapidissimo sviluppo tecnologico, il fenomeno dell’obsolescenza programmata sta diventando sempre più ovvio e scottante. Si tratta del fatto che dopo un certo tempo (breve) i beni e i prodotti vengono cambiati perché non servono più (per es. a causa dell’utilizzo di materiali di scarsa qualità, i costi di riparazione sono superiori rispetto a quelli di acquisto) o perché per alcuni sono semplicemente “passati di moda” (anche se funzionali e funzionanti).
… agli scarti alimentari
La ‘cultura dello scarto’ ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari. Alcune statistiche sono veramente allarmanti. Ad esempio, una delle poche analisi a livello globale (nel 2011 dalla FAO) stima uno spreco mondiale annuale di circa 1,3 miliardi di tonnellate (pari a circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano): in media, solo il 43% dei prodotti coltivati a scopo alimentare viene effettivamente consumato! Secondo i dati diffusi da ADOC (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori), a livello domestico vengono sprecati il 35% dei prodotti freschi, il 19% del pane, il 16% di frutta e verdura. Il dramma è che, purtroppo, nemmeno ci accorgiamo di una spirale viziosa nella quale siamo immersi, è normale per noi, neanche facciamo più il caso. Ancora di meno ci accorgiamo che il cibo che si butta “è come se fosse rubato dalla mensa di chi è povero.” (Papa Francesco, 5-6-2013)
… ai rifiuti umani
Il bambino è così estraneo alla cultura occidentale, che in generale  ‘ottiene il permesso per nascere’ solo dopo aver passato un esame genetico.
Nei casi della fecondazione artificiale si formano un certo numero di embrioni – per vari motivi sempre “un po’ più del necessario”. E cosa succede con quelli che dopo non servono più? Purtroppo anche loro diventano semplicemente scarto.
Quando avete visto l’ultima volta in giro una persona di bassa statura, i cosiddetti “nani”? O i bambini con sindrome di Down? Soprattutto il ultimo gruppo potrebbe essere in crescita, guardando le statistiche riguardo l’età media delle madri in occidente, ma in caso di sospetto di futuro nanismo o una disabilità mentale, si rapidamente ricorre all’aborto. Però la “cultura dello scarto” non si ferma qui. Continua nei nostri atteggiamenti verso i poveri, gli ammalati,gli anziani
Invece… NESSUNO e NIENTE è “inutile”
La malattia non ci fa inutili … Forse uno degli esempi più forti che abbiamo avuto negli ultimi tempi è stata la testimonianza di papa Giovanni Paolo II, che si spegneva pian piano - la sua indimenticabile ultima benedizione senza  parole dalla sua finestra, dopo lunga malattia, - mostrando al mondo che essa fa parte della vita, che non toglie la dignità della persona, che non è da nascondere.
Nessuno è inutile nella moltitudine dei popoli, nellosport, nel lavoro.
Neanche i microbi sono inutili – tantissimi sono indispensabili per la nostra vita.
Niente è inutile nel corpo umano - “dalle unghie all’appendice dell’intestino”.
Niente è inutile nel DNA, come si capisce oggi, anche se per decenni si pensava che oltre 90% di esso fosse inutile.
Alla fine, anche se pensiamo alla cucina … gli avanzi possono essere l’inizio delle nuove ricette, come sempre succedeva – dalla necessità che diventa creativa, dalla voglia di non sprecare.
Come combattere la cultura dello “scarto”
proposte di Papa Francesco
Fin dall’inizio del suo pontificato Papa Francesco ci interpella di essere i “custodi dei doni di Dio”. Di “custodire l’intero creato. (…) di aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore”. (Omelia 19-3-2013)
Durante l’udienza generale del 5 giugno 2013, invece, ha parlato sulla “cultura dello scarto” che “tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti”. E’ il tema che ricorre sempre di nuovo nei suoi discorsi, perciò siamo invitati a fare nostro il suo invito al “serio impegno di contrastare la cultura dello spreco e del rifiuto, per promuovere una cultura della solidarietà e dell’incontro”.
Nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, papa Francesco ci offre alcune concrete proposte per uscire da quello che può sembrare un circolo vizioso dello scarto:
  • Dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità (cfr. EG n. 53);
  • Guardare lontano – non essere ossessionati dei risultati immediati, iniziare processi i quali porteranno i cambiamenti (cfr. EG n. 223);
  • Considerare l’unità più forte del conflitto – l’unità dello Spirito armonizza tutte le diversità. (cfr. EG n. 230);
  • La realtà conta più dell’idea che ce ne facciamo – tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’dea finisca per separarsi dalla realtà. (cfr. EG n. 231);
  • Pensare in grande – allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi … Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia (cfr. EG n. 235).
Dall’intervista di Andrea Tornielli
su La Stampa, il 15 dicembre 2013
“Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: Signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: Sì sarebbe l’ora… Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa.
Ecco, vorrei dire lo stesso all’umanità: date da mangiare!
Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame!”.

CARLO VALERIO BELLIENI
LA CULTURA DELLO «SCARTO»
E la sfida della solidarietà
LIBRO:
10,50 €
Destinatari: EDUCATORI - ANIMATORI - FORMATORI
Un esame della cultura dilagante dello scarto. L’appello di Papa Francesco: «…Vorrei che prendessimo tutti sul serio impegno di rispettare e custodire il creato, di essere attenti a ogni persona, di contrastare la cultura dello spreco e dello scarto, per promuovere una cultura della solidarietà e dell’incontro».

FIV e cuore

September 22nd, 2014

The Current IssueThe risk for four specific congenital heart defects associated with assisted reproductive techniques: a population-based evaluation

La FIV è legata ad un aumento di rischio per Tetralogia di Fallot, una importante cardiopatia congenita.

Perché i rischi con la FIV?

September 22nd, 2014

The Current IssueWhy do singletons conceived after assisted reproduction technology have adverse perinatal outcome? Systematic review and meta-analysis.

Una metaanalisi sui fattori di rischio di nascita prematura legati alla FIV

FIV congelati e conseguenze

September 22nd, 2014

The Current IssuePerinatal outcomes of children born after frozen-thawed embryo transfer: a Nordic cohort study from the CoNARTaS group

I bambini nati dopo congelamento-scongelamento embrionale hanno un rischio maggiore di prematurità, basso peso e mortalità.

Malformazioni e FIV

September 22nd, 2014

Comparison of Congenital Abnormalities of Infants Conceived by Assisted Reproductive Techniques versus Infants with Natural Conception in Tehran

I nati da FIV hanno un rischio maggiore di malformazioni rispetto alla popolazione generale: 8,3% rispetto al 4,4%.

LogoAvvenireCarlo Bellieni

Il naturale bisogno di un padre e di una madre

«Ho bisogno di mio padre per sapere da do­ve vengo / ho tanto bisogno di mia madre per mostrarmi la stra­da ». Oggi, secondo qualcuno, queste parole sarebbero forse da mettere al­l’indice dato che esibiscono i concetti ‘obsoleti’ di padre e madre e soprat­tutto evocano la distinzione dei ruo­li. Chi si prepara all’ostracismo badi bene che l’autore non è un uomo di Chiesa ma nientemeno che il famo­so rapper, idolo dei giovani rivolu­zionari transnazionali, Manu Chao (da ‘ J’ai besoin de la lune’). Che non fa altro che riecheggiare la necessità di avere un padre e una madre: si so­pravvive anche senza, certo, ma è dif­ficile sostenere che sia la stessa cosa. Le parole sono di un rapper alterna­tivo, e basterebbe leggere cosa dico­no i padri della psichiatria per chia­rire i dubbi: Gustav Jung spiegava nel saggio intitolato ‘L’importanza del padre nello sviluppo dell’individuo’ che «una particolarità che emerge dai lavori e dalle vedute di Freud è la cir­costanza che il rapporto col padre sembra possedere un’importanza preponderante. Quest’importanza del padre per il carattere della psico­sessualità infantile la ritroviamo in un terreno del tutto diverso e cioè nel­l’ambito della ricerca sulla famiglia. Queste esperienze e nondimeno un’analisi condotta in comune col dottor Otto Cross mi hanno profon­damente convinto della legittimità di quest’opinione». Per approfondire, andrebbe letta la bella antologia di lavori di vari psicologi curata da Mi­chael I Lamb intitolata ‘Il ruolo del pa­dre nello sviluppo del bambino’.


Altrettanto chiaro è l’aspetto dell’at­taccamento alla madre (vedi i lavori di John Bowlby), che ha una base non solo culturale, ma anche chimica: ba­sti pensare alla produzione di ossito­cina al momento de parto che fa sca­tenare il sentimento di attaccamen­to nella madre, poi mediato dall’af­fetto e dalla ragione. Si guardi anche solo all’importanza di un rapporto e­quilibrato figlio-madre nel supera­mento del complesso di Edipo. Ep­pure
padree madre– dopo anni di an­nacquamento dei ruoli – si vorreb­bero far diventare definitivamente concetti fumosi, si punta a trasfor­mare i ‘genitori’ in ‘tutori’; si dubi­ta dell’importanza della comple­mentarietà uomo-donna nel cresce­re i figli… A poco, davanti a queste posizioni e alle derive che ne conseguono, val­gono gli appelli degli psicologi sulla scomparsa del padre come rischio de­terminante per l’equilibrio del figlio, o i richiami della fondamentale im­portanza della madre nello sviluppo affettivo. Sembra che, in fatto di ge­nitori, ogni opzione ormai sia equi­valente. Farebbe bene a tutti vedere il recente film Disney ‘ Saving mr Banks’, una rivisitazione del mito di Mary Poppins, in cui si spiega un se­greto: la più celebre baby sitter della storia è venuta a salvare i bambini, ma prima doveva salvare il babbo, mr. Banks, che aveva perso il suo ruolo paterno, e anche la mamma, che a­veva smarrito le sue coordinate. Mary Poppins è dunque anche una me­tafora di una salvezza della maternità e della paternità che la società dei consumi ha soffocato, e che ogni per­sona invece desidera ardentemente. Metafora disneyana si dirà; provoca­zione di Manu Chao, forse. O sem­plice profezia?

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Toscana OggiCarlo Bellieni

L’osservatore che valutasse la risposta italiana al drammatico tasso di infertilità locale, noterebbe una cosa: un’elevata spinta verso la fecondazione medica (eterologa o no) e uno scarso rilievo alla prevenzione e cura della sterilità. Non è un bel segno. E’ come se si volesse mettere fine ad un’epidemia dando un po’ di antibiotici qua e là senza invece vaccinare la popolazione. Perché siamo davvero in presenza di un’epidemia: la sterilità è in grave aumento nelle popolazioni occidentali, così come in quelle dei Paesi in via di sviluppo per via della diffusione di inquinamento e derivati.

Ma in Italia, tanta pubblicità alla FIV e poca informazione su come prevenire la sterilità, in pratica con un endorsement verso quel rimedio – la FIV – che è meno radicale e  provoca più  dubbi etici. Come mai?

La sterilità ha delle cause che sono prevenibili in gran parte, per esempio intervenendo sull’età a cui si decide di avere il figlio, spesso troppo avanzata. Basta notare, come riporta la stampa, che in questi giorni tra le prime coppie in attesa dell’eterologa, “in sei casi su otto si tratta di donne che hanno problemi di fertilità, spesso legati all’età (una paziente è sui 30 anni, le altre sono tra i 43 e i 50)”. Ma quale giornale riporta con la stessa foga con cui si chiede l’eterologa, che il primo nemico della fertilità è il tempo che passa (e nemmeno la FIV può molto oltre un certo limite)? Oggi l’età media delle donne italiane alla prima gravidanza è 31 anni: se avessero trovato modo di far famiglia, di trovar lavoro, o avessero asili  nido, assegni familiari, avrebbero rimandato così tanto il lieto evento?

Ma oggi dire che l’età influisce sulla fertilità è tabù: sembra voler invitare le donne ad abbandonare il mondo del lavoro, o svelare il segreto che “non si è ragazzi all’infinito”.

Bisognerebbe garantire l’ambiente dalla presenza di sostanze che mimano l’azione degli ormoni della fertilità e che se entrano nel nostro corpo interferiscono con lo sviluppo sessuale e attentano alle future gravidanze? Si chiamano “endocrine disruptors”, sono solventi, plastiche (in particolare gli ftalati), pesticidi, idrocarburi e li ritroviamo un po’ dappertutto. Avevo avuto occasione di discutere di questi problemi con degli ecologisti laici, assieme ai quali come conseguenza di questi discorsi e dello stupore comune di quanto questi temi fossero trascurati, uscì un libro fatto in comune, intitolato appunto “Una gravidanza ecologica”. Perché il tema della fertilità umana prima di essere un problema medico (cosa che oggi sembra essere l’unico punto di vista) è un problema ecologico, di sana ecologia che pretende un ambiente e uno stile di vita a misura e a rispetto della persona. Della persona concepita, della donna, della coppia.

Ma non se ne parla.

Non se ne parla neanche con la metà della foga con cui – ripetiamo – si richiede la FIV.

Invece riscontriamo sui media e nei dibattiti – e quanto questo sbilanciamento dovrebbe interrogare la politica! - tanto interesse per le varie forme di fecondazione artificiale tra cui l’eterologa (in pratica un rimedio a posteriori di scarsa portata ma di ampie implicazioni etiche), mentre sentiamo parlare tanto poco di pulizia ambientale e di agevolazioni a gravidanze “giovani” (la soluzione del problema)! L’impressione è che si è più attenti a dare spazio ai cosiddetti “nuovi diritti riproduttivi” piuttosto che a una seria lotta all’infertilità tramite una azione sociale, culturale ed ecologica, più complessa ma certo più efficace.

Carlo Bellieni

L’ultimo libro del card. Tettamanzi, ‘Maestro e Pastore’, aiuta a “prendersi cura di chi si prende cura degli altri”

Roma, 28 Agosto 2014 (Zenit.org) Carlo Bellieni | 173 hits

Maestro e Pastore. È questo il significativo titolo del libro che raccoglie scritti e discorsi del card. Dionigi Tettamanzi sui temi di bioetica, salute e medicina. Uscito di recente per i tipi delle edizioni San Paolo, il testo è curato con molta attenzione dal prof. Alfredo Anzani, già presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani.

Il filo rosso che conduce dal titolo all’interno del libro è la “cura dei curanti”, cioè l’attenzione pastorale e umana verso chi si trova in prima linea nel mondo della sanità. Questo livello di attenzione introduce ad un dato fondamentale: prima di dire “cosa si deve fare” bisogna stare accanto a chi opera, essere compagno e maestro, ricostruire l’umanità di chi è chiamato a fare scelte sulla vita altrui, perché un’umanità disfatta fa per forza delle scelte forzate  o azzardate o colme di paura.

E il cardinal Tettamanzi getta delle parole liberatorie per i medici: il medico è un “filosofo, nel senso originario e insuperabile del termine, ossia colui che ama la sapienza e conosce e sperimenta il vero senso della vita [che] deve essere testimoniato e comunicato agli altri” (p 196); e “c’è una religiosità nascosta che è intrinseca e nativa nella professione e nel servizio del medico. Come dire che il curare i malati è già annuncio del regno di Dio” (p 253). Ma addirittura “il medico è una sorta di miracolo vivente, proprio perché anche la missione del medico, almeno in linea di principio, è partecipazione e, in qualche modo, rivelazione dell’amore di Dio che si prende cura dei suoi figli” (p 259), scoprendo “in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente” (p 258).

Ma attenti al mal-trattamento del medico: “una medicina che non si interroga sul fondamentale rapporto che essa intrattiene con la dignità dell’uomo rischia […] anche di disumanizzare il medico” (p 312). Ecco allora la pressante richiesta di creare ambiti e strade per la crescita umana e spirituale del medico sollecitando ad un lavoro personale: “Il medico per vivere questo sguardo contemplativo sul malato ha bisogno di rivolgerlo anzitutto su se stesso” (p 206), ad un impegno educativo “il problema si pone nei confronti dei giovani medici: quali e quante occasioni di crescita culturale e formativa in campo etico trovano oggi?” (p 260), e ad un impegno sociale “Se è così grande la missione e così grande la responsabilità del medico, quanti hanno un compito istituzionale nell’ambito politico, legislativo, amministrativo e dirigenziale sono chiamati […] a favorire il medico stesso nella sua attività quotidiana senza inutili limitazioni e impedimenti” (p 261); e tra gli impedimenti annovera “la cosiddetta aziendalizzazione della sanità indubbiamente legittima […] ma problematica e talvolta inaccettabile se volesse scimmiottare altre aziende importando acriticamente da quelle criteri e modelli non applicabili al settore sanitario.” (p 262).

È un libro, insomma, che aiuta a “prendersi cura di chi si prende cura degli altri”, in un’epoca in cui il mondo medico appare per vari motivi insoddisfatto; anzi, come recentemente riportava il British Medical Journal, i medici sono “unhappy”, cioè “scontenti” con uno scontento che “ha varie cause di cui alcune profonde”. (BMJ 2001;322:1073-4).

L’insoddisfazione e la delusione della categoria medica non vanno sottovalutate; perché quando si parla di bioetica si deve in primo luogo coltivare chi la bioetica la applica giorno per giorno, troppo spesso strattonato tra tendenze sentimentaliste, pragmatismo burocratico e resa cinica. In questo - e nell’approfondimento dei vari temi etici – il testo aiuta molto. Bisogna che il medico rinasca come medico, come persona e come credente. Per questo urge che venga aiutato a interrogarsi sul suo lavoro e sul “fondamentale rapporto che [esso] intrattiene con la dignità dell’uomo” (p 312), ricordando che il medico ha il compito di “essere custode e servitore della vita dell’uomo […] ed essere strumento della salvezza che Dio solo dona all’uomo” (p 317). Il testo è un percorso in questa direzione.

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