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TRE ARTICOLI

February 20th, 2017

Sensorial saturation: A new approach to babies’ painNovember 14, 2016

Carlo Valerio Bellieni

Evidence-based health architectureNovember 28, 2016

Carlo V Bellieni Alessandro Bellieni

Fetal surgeryJanuary 14, 2017

Pellizzo Gloria Valeria Calcaterra Carlo Bellieni

LA DROGA FA SEMPRE MALE NON DITE BUGIE AI GIOVANI

Carlo Bellieni

Il grido di dolore della mamma del ragazzo di Lavagna morto suicida durante la perquisizione della Guardia di Finanza ha mosso l’inamovibile, ha messo il dito nella piaga: «Non considerate la droga come normale» ha detto la mamma. Come se, similmente alla famosa favola, avesse detto che «il re è nudo». E l’ha detto sia a chi vuol risolvere il problema delle dipendenze con il Codice penale sia a chi cerca di rimuoverlo facendo sparire le leggi e liberalizzando. Il problema è la consapevolezza: la droga fa male, e chi si droga vive dapprima nel pozzo nero della curiosità bambinesca e poi in quello del disagio mortale. Dire disagio è parlare di qualcosa che rode il midollo mentale dell’uomo ma che qui trova come risposta un farmaco invece di una risposta vera. Non per nulla la American Academy of Pediatrics, il maggior organismo mondiale dei pediatri, si è sempre opposta alla liberalizzazione, tant’è che il passo successivo è l’aumento dell’uso della cannabis, com’è accaduto negli Stati Usa che l’hanno resa facilmente accessibile, soprattutto tra gli adolescenti. È un problema di consapevolezza: l’American

Journal of Medicine del 1° febbraio mostra che negli ultimi anni sono triplicati i ricoveri per abuso di marijuana, cosa che mostra sia che la cannabis fa male sia che la dilagante banalizzazione porta all’abuso. Le campagne per la depenalizzazione hanno alla base questo messaggio: liberalizziamo perché tanto la cannabis non fa male (e quanti vip si prodigano a vantarsi in tv di averla assunta), con il conseguente aumento a macchia d’olio dell’uso di marijuana. Chi mai sarà dissuaso dal prendere qualcosa che i benpensanti e le rockstar dicono che ‘male non fa’? Purtroppo non è così: la cannabis aumenta il rischio che si sviluppino psicosi, perché i cannabinoidi (le molecole attive nella marijuana) sono neuromediatori che alterano le connessioni tra i neuroni; inoltre fa aumentare i rischi legati agli idrocarburi sprigionati nel fumo, come le sigarette, con rischi per cuore e polmoni. Leggere commentatori che, invece di partire da quanto detto dalla scienza o dalla madre straziata del caso di Lavagna, restano prigionieri delle proprie idee fa davvero male. C’è chi ha la ricetta, una sola, pronta all’uso: liberalizzare e basta, minacciando che nessuno osi prendere spunto dalle parole ascoltate al funerale per chiedere di non cancellare le sanzioni (abbiamo letto anche questo) perché lasciare mano libera sulle droghe leggere ormai è un mantra, una fede, un dogma inattaccabile, che richiede di tacere l’evidenza del male fatto dalla droga. Posta questa premessa ferrea, nessun cittadino sarà mai messo in grado di porsi seriamente il problema della prevenzione della droga ormai diffusa come la coca-cola tra i ragazzi. Il consumo di droga non va però prevenuto solo con le leggi perché quest’epidemia è parallela a quella della perdita di rapporti veri. Non a caso la mamma di Lavagna ha alzato la voce contro il degrado della comunicazione tra ragazzi e con i genitori, soppiantata com’è da chat, faccine, messaggini. I ragazzi che stanno crescendo sono sempre più soli, appoggiati ad adulti sempre meno genitori, in fondo soli anche loro. Dove sono l’amicizia, la famiglia, il gruppo, sostituiti da sballo, efficienza, multimedialità?

Non pretendo di esser creduto sulla parola, ma a chi dubita chiedo di leggere sui giornali medici, e troverà sempre la stessa conclusione: la droga nuoce alla salute. Almeno non lo si ignori facendo disinformazione. In Colorado dopo la liberalizzazione sono aumentati del 48% i morti per incidenti d’auto legati all’uso di marijuana (dati dirmhidta.org, centro federale appartenente all’osservatorio sulla droga Usa).

Non si risolve un problema fingendo di non vedere. Il problema ha un nome, anzi, due: disagio e solitudine. Negarlo e intanto regalare ai ragazzi le chiavi della cassaforte delle droghe è mostrare di non aver capito cosa sta succedendo.

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December 21st, 2016

Journal of Family and Reproductive Health 2016. 10(3):104-107.

The Best Age for Pregnancy and Undue Pressures
Carlo V Bellieni

ABSTRACT

In western countries we assist at the paradox that fertility is socially discouraged by a mindset that depicts fertility as a resource to exploit as late as possible. So, couples have high expectative about the advantages of delayed parenthood, but they are scarcely informed about its risks. Scientific data suggests to anticipate the first pregnancy, but social pressures impose to wait, though delayed childbearing can provoke sterility and a greater gap between generations. The best age to become parents should be autonomously decided by a couple, under the condition of being a free informed choice and not a social imposition, but currently this is not guaranteed to western women and men.

Non sempre rimandare la gravidanza è una libera scelta: talora è un’imposizione culturale, commerciale o del mondo del lavoro, di cui la gente non si accorge e vive passivamente (magari bulleggiandoci sopra…)

Altri danni ad cannabis

December 21st, 2016
JAMA. 2016 Dec 19. doi: 10.1001/jama.2016.17383. [Epub ahead of print]

Trends in Marijuana Use Among Pregnant and Nonpregnant Reproductive-Aged Women2002-2014

Non solo è raddoppiato l’uso di marijuana negli ultimi 10 anni negli USA, ma anche nelle donne incinte che ormai, convinte che sia acqua fresca, la prendono contro i malesseri della gravidanza… grazie alla banalizzazione legata alla legalizzazione

Danni da cannabis

December 21st, 2016

Unintentional Pediatric Exposures to Marijuana in Colorado2009-2015.

Analisi dei ricoveri in ospedale per intossicazione da marijuana nei bambini: netto incremento dopo la legalizzazione.

GIOCHI INTELLIGENTI

November 29th, 2016

CARLO BELLIENI

Gli americani sono bruschi ma chiari: via ogni uso di media elettronici dai bimbi. Almeno sotto i due anni, spiega l’ultimo documento dell’American Academy of Pediatrics, ma anche sopra i due anni sono da usare con la massima cautela: non superare più di un’ora al giorno di visione ( Tv o Pc) e che sia di ‘programmi di alta qualità’. E non solo si devono isolare i bambini da un uso improprio dei media digitali, ma anche - riportano i pediatri americani dall’uso che ne fanno i genitori (vivere col Tv dei genitori acceso è dannoso anche per i piccoli che non lo guardano direttamente) e incoraggiare i pediatri a parlare con le famiglie dei rischi legati ai mass media (solo il 15% dei pediatri Usa lo fa). Purtroppo i genitori da qualche parte devono scaricare lo stress, rilassarsi da giornate dure, da lavori che coinvolgono entrambi mamme e papà, e finiscono col relegare i piccoli nelle mani delle nuove babysitter elettroniche. Ultima è l’invenzione di una culla elettronica (la culla ‘intelligente’) che ninna al posto di papà il bebé che piange, cosa buona, se non fosse il colpo di grazia al contatto fisico, grande cura per una crescita sana.

I nsomma, la medicina dice che il bambino deve essere abbracciato e la società invece risponde nei fatti che deve essere irradiato di immagini video; e vince la seconda: recenti dati della Gsma, (l’associazione internazionale degli operatori di telefonia mobile) dicono che il 69% dei bambini europei e giapponesi hanno un telefono portatile di cui due su tre sono smartphones, dunque viaggiano con un potente Pc, pieno di giochi, applicazioni varie e spesso incontrollabili e molto accattivanti.

Vince l’attrazione dello schermo irradiante perché la maggior parte di essi, sempre secondo i dati Gsma, ricevono in dono il telefono tra i dieci e i dodici anni (in Giappone verso i 15), con un intento di fondo errato e pericoloso: tenere sotto controllo il bambino. Certo che la società è pericolosa: traffico, violenza ci assediano, ma un bambino che sa di dover essere disponibile a fornire le sue coordinate ai genitori in ogni istante è un bambino che vive meno libero e soprattutto vive nella consapevolezza dell’angoscia dei genitori.

N on a caso parlavo di ‘coordinate’, perché se con la voce si forniscono quelle che si vogliono fornire, oggi i genitori possono tenere sotto controllo anche quelle fisiche e territoriali del figlio o della figlia, basta inserire la giusta app nello smartphone che questo diventa una ’spia’; addirittura vengono reclamizzate per i bimbi scarpe con un rilevatore Gps integrato dette per questo ’scarpe intelligenti’: alla faccia della spensieratezza e della privacy. Già, perché anche un bambino ha diritto alla privacy; l’ha sempre avuta per secoli, per andare nei prati o in discoteca o dove gli pareva, salvo accorgersi ora che questa privacy può essere aggirata; per far star tranquilli i ‘grandi’, si dirà, ma a quale prezzo? Anche prima la privacy era imitata, ma in modo meno subdolo: dovunque andasse il ragazzino era conosciuto da vicini e zie; oggi non ci sono più vicini e zie nella società dell’anonimato. Peggio ancora: un tempo il ragazzino doveva rispondere di dove era andato; oggi non serve più, c’è il Gps che parla per lui: fine del dialogo.

C erto poi non è da dimenticare che la televisione può avere un effetto positivo, vedi per esempio campagne anti-fumo, e internet è utilissimo sia per divertimento che per risvolti scolastici; ma c’è ovviamente anche un effetto negativo per i contenuti trasmessi, come ad esempio le pubblicità di cibo ad eccessivo contenuto calorico ma che, come riporta la rivista americana ‘Appetite’ di ottobre, influenza verso il consumo per esempio dei cereali da colazione a maggior contenuto di zuccheri. Questo perché i ragazzi sono ormai influenzati e influenzabili: non dimentichiamo che i teenagers non hanno ancora sviluppato la regione prefrontale dell’encefalo, quella che ci trattiene da scelte avventate. Sono così influenzabili che per loro le sigle dei cartoni animati o gli stratagemmi per passare di livello nei videogiochi sono comune oggetto di dialogo e di incontro, e gli spot pubblicitari li attraggono più del contenuto dei programmi stessi. La rivista Archives in Medicas Sciences di ottobre mostra che in Spagna il 54% degli spot per ragazzi riguardano cibo ad eccessivo contenuto calorico; e il riscontro è l’estendersi dell’obesità tra i giovani, favorita anche dalla sedentarietà, come spiega la rivista della Società Internazionale per lo Studio della Obesità. Questo evidenzia un dato: la forza della televisione nel catturare l’attenzione è studiata e forte, tanto che riportammo con varie ricerche da noi fatte, che guardare Tv riesce ad estraniare i bambini dal dolore durante le punture in ospedale e che allunga i tempi di reazione agli stimoli sonori misurati in laboratorio. L a suddetta inchiesta della Gsma ci dice anche altre cose interessanti: il 22% dei ragazzi riporta che per colpa di internet e della sua attrazione passano meno tempo con familiari e amici; il 38% di essi prova un reale stato d’ansia quando internet gli è precluso, e il 10% dei ragazzi (il 29% in Giappone) dichiara di aver mangiato di meno e dormito meno a causa di internet come riporta anche la rivista Eatig and Weighting Disorders. A questo sommiamo l’effetto dei cosiddetti ‘giochi intelligenti’, cioè quelli digitali che servono per istruire i bebé sin da prima che imparino a parlare e ci domandiamo: ma davvero i nostri figli hanno bisogno così presto di nozioni tecniche accademiche, oppure questa supposta istruzione tramite il gioco elettrico-digitale è un alibi per i grandi che così si sentono meno in colpa di aver lasciato per ore solo il bambino? In realtà l’educazione di cui ha bisogno il bambino è primariamente ed essenzialmente un’educazione coinvolgente e affettiva, in cui i contenuti tecnici sono un’appendice, perché più di cose da imparare il bambino ha bisogno di capire chi seguire e di chi fidarsi e amare.

B isogna distinguere tra fare un uso prudente del mondo elettronico, e l’affidargli in toto i bambini; ma è tale l’attrattiva e il fascino studiato a tavolino di questi apparecchi, il segnale di successo sociale che comportano, e la carica di coinvolgimento con suoni e colori e ritmi studiati da fior di agenzie, che passare dal primo stato al secondo è un lampo. Arriva l’inondazione di oggetti che si sono autodefiniti intelligenti: ‘giochi intelligenti’, ’scarpe intelligenti’, ’smart-phones’, ‘culle intelligenti’, e abbiamo un timore: che la società che affida i suoi figli a macchine intelligenti, di intelligenza ne abbia persa molta.

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Prematuri

November 19th, 2016

idi Carlo Bellieni

La giornata del prematuro che si celebra il giovedì 17 novembre ci ricorda che ci sono tanti bambini nati prima del termine delle 40 settimane di gravidanza, tanti genitori che per questo sono in ansia e tanti medici e infermieri che curano questi bambini. La neonatologia è una disciplina nuova e faticosa: cura bambini sempre più piccoli, del peso di una lattina di Coca.Cola talora, e riesce dopo anni di studi a raggiungere un risultato che non è  ancora la sopravvivenza e il completo benessere di tutti, ma quello di trattare con completo rispetto, come un paziente adulto, anche i piccolissimi che non possono reagire, reclamare, anzi nemmeno parlano; quelli che, visto i rischio di morte che hanno, sarebbe facile non affezionarsi e trattarli meno bene degli altri. Già, perché gli studi di Annie Janvier dal Canada ci mostrano proprio questo: il rischio che a parità di prognosi i neonati ricevano meno attenzioni mediche; cosa che invece tutti abbiamo a cuore di evitare. Lavorare con questi piccolissimi è un paradigma per tutta la medicina, perché chi sa trattare bene i più indifesi sa trattare bene chiunque, qualunque malato. E la neonatologia ha fatto progressi da gigante: proprio in questi giorni un’importante rivista medica riporta che una malattia congenita del cuore, il cosiddetto “cuore sinistro ipoplasico” oggi è curabile mentre fino a pochi anni fa venivano solo attivate le cure compassionevoli in molti casi. Certo, la neonatologia è un campo in cui è necessario l‘equilibrio tra l‘eccesso di cure per medicina difensivistica e l’eccesso di astensione dalle cure nella previsione di esiti infausti non basati sul caso singolo ma su criteri solo statistici; ma vale la pena ribadire che laddove a nessun neonato si negano le cure intensive, almeno le prime alla nascita, non solo la mortalità, ma anche la disabilità sono minori. Questa fragilità estrema ha portato alcuni a ipotizzare che il neonato non debba essere considerato una persona; la sfida invece è proprio quella opposta: vedere l’umano laddove non è così evidente, e magari appare rischioso riconoscerlo. Anche le linee-guida sulle cure palliative del neonato dicono che le migliori terapie, la cura del dolore e la presenza dei genitori sono diritti inalienabli del bambino prematuro che addirittura arriva a soffrire più dell’adulto. Il passo ora che si sanno curare sempre meglio i piccolissimi è quello di capire che la loro cura in realtà ha tre piedi: uno è la cura del bambino, il secondo è la cura dei genitori che non solo fa bene ai grandi ma si riflette sul piccolo (e che hanno diritto a congedi parentali maggiori in proporzione della ospedalizzazione del loro piccolo); e il terzo è la cura del personale delle neonatologie, perché la sofferenza con cui infermieri e medici stanno a contatto può determinare cinismo o sentimentalismo ed entrambi gli atteggiamenti si riflettono negativamente sul bambino. Quello che accade nei primi giorni di vita sarà fondamentale per il resto dello sviluppo, influenzerà addirittura il modo di esprimersi del DNA e per questo chi lavora con questi piccolissimi deve essere incoraggiato e ringraziato. I bambini prematuri sono un messaggio anche a chi non lavora con loro: vedere l’umano laddove sembra distante e poco reattivo, fa apprendere a guardare con più compassione anche se stessi.

Carlo Bellieni

Risultati immagini per pediatric researchHypoplastic left heart syndrome: from comfort care to long-term survival.

Una delle malattie più temute, per la quale si sospendevano le cure fino a qualche anno fa, ora è curabile. Resta sempre una sfida, ma la tecnica e la tenacia dei medici e dei ricercatori sono alleati delle cure al bambino.

Suicidi giovanili in aumento

November 17th, 2016

Centers for Disease Control and Prevention. CDC twenty four seven. Saving Lives, Protecting PeopleDeath Rates for Motor Vehicle Traffic Injury,* Suicide, and Homicide§ Among Children and Adolescents aged 10–14 Years — United States, 1999–2014

Per la prima volta, il numero di adolescenti morti negli USA per suicidio supera quello diei morti per incidenti automobilistici; e non dipende solo dal calo dei secondi, ma da un aumento progressivo dei suicidi negli ultimi anni.

di Carlo Bellieni

La «Giornata mondiale del prematuro» che si celebra oggi ci ricorda i tanti bambini nati prima del termine delle 40 settimane di gravidanza, i tanti genitori che per questo sono in ansia, e i tanti medici e infermieri che curano questi piccoli. La neonatologia è una disciplina nuova e faticosa: cura bambini sempre più piccoli, talora del peso di una lattina di Coca Cola, e riesce dopo anni di studi a raggiungere un risultato che non è ancora la sopravvivenza e il completo benessere di tutti ma quello di trattare con completo rispetto, come un paziente adulto, anche i piccolissimi che non possono reagire, reclamare, e che nemmeno parlano; quelli che, visto il rischio di morte, sarebbero facili da trattare meno bene di altri. Gli studi della canadese Annie Janvier ci mostrano proprio il rischio che, a parità di prognosi, i neonati ricevano meno attenzioni mediche, cosa che invece tutti abbiamo a cuore di evitare.

Lavorare con questi piccolissimi è un paradigma per tutta la medicina, perché chi sa trattare bene i più indifesi sa farlo con chiunque, e con qualunque malato. La neonatologia ha fatto progressi da gigante: proprio in questi giorni un’importante rivista medica riporta che una malattia congenita del cuore, il cosiddetto ‘cuore sinistro ipoplasico’, oggi è curabile mentre fino a pochi anni fa venivano solo attivate le cure compassionevoli. Certo, la neonatologia è un campo in cui è necessario l’equilibrio tra l’eccesso di cure per medicina difensivistica e l’eccesso di astensione dalle cure nella previsione di esiti infausti, non basati sul caso singolo ma su criteri solo statistici. Ma vale la pena ribadire che laddove a nessun neonato si negano le cure intensive – almeno alla nascita – è minore non solo la mortalità ma anche la disabilità. Questa fragilità estrema ha portato alcuni a ipotizzare che il neonato non debba essere considerato una persona. La sfida invece è opposta: vedere l’umano laddove non è così evidente, e magari appare rischioso riconoscerlo. Anche le linee-guida sulle cure palliative del neonato dicono che le migliori terapie, la cura del dolore e la presenza dei genitori sono diritti inalienabili del bambino prematuro, che arriva a soffrire più dell’adulto.

Ora che si sanno curare sempre meglio i piccolissimi, il nuovo passo è capire che ci sono tre piedi: uno è la cura del bambino; il secondo è la cura dei genitori, che fa bene ai grandi e si riflette sul piccolo (e che si ha diritto a congedi parentali maggiori in proporzione della ospedalizzazione del bambino); il terzo è la cura del personale dei reparti di neonatologia, perché la sofferenza con cui infermieri e medici stanno a contatto può determinare cinismo o sentimentalismo, ed entrambi gli atteggiamenti si riflettono negativamente sul bambino. Quello che accade nei primi giorni di vita sarà fondamentale per il resto dello sviluppo, influenzerà addirittura il modo di esprimersi del Dna, e per questo chi lavora con questi piccolissimi deve essere incoraggiato e ringraziato.

I bambini prematuri sono un messaggio anche a chi non lavora con loro: vedere l’umano laddove sembra distante e poco reattivo fa apprendere a guardare con più compassione anche se stessi.

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La neonatologia ormai sa curare bebè che pesano non più di una lattina di bibita Tutto dipende da una decisione: sono pazienti come gli altri, oppure, essendo così piccoli, non meritano il nostro impegno?

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