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Evoluzionismo darwiniano: uno scenario cruento, in cui tutti sono in lotta con tutti, e solo «il più adatto» – nato così per caso – sopravvive. Questa sintesi ci arriva come dogma dai banchi di scuola. Ma in questo quadro ormai secolare qualcosa scricchiola: la scienza oggi mostra che l’evoluzione della vita sulla terra è meno semplicistica di quello che insegnano certi libri. Anche perché una forma di evoluzione, anzi diremmo meglio di trasformazione, nei millenni è evidente (cfr. i discorsi dei papi Benedetto XVI e Francesco alla Pontificia Accademia delle Scienze), ma non per questo nella forma di lotta e di pura casua-lità, come riporta Papa Francesco nella sua ultima Enciclica.

Per capirlo meglio, merita leggere il libro di David Sloan Wilson intitolato L’altruismo. La cultura, la genetica e il benessere degli altri che ci mette davanti un paradosso, quello della sconfitta dell’egoista in natura; in poche parole, se l’altruista si piega per definizione alla sopravvivenza dell’egoista, l’egoista nella competizione per la vita trionferebbe, facendo più figli, che erediterebbero il suo egoismo e estinguendo l’altruista. Invece l’altruismo persiste. E Sloan Wilson spiega questo paradosso, da biologo evoluzionista puro, mostrando come l’altruismo sia stato indispensabile per il propagarsi della biodiversità. Ecco crollare il primo dogma del vecchio evoluzionismo; infatti la vita ha bisogno di competizione, ma si sarebbe estinta senza la collaborazione.

Ma – e qui si incrina il secondo dogma – l’evoluzione che non è casuale ma, come diceva il chimico Enzo Tiezzi, premio Prigogine 2004, è stocastica, cioè solo in apparenza casuale ma profondamente legata ad un obiettivo; perché l’interazione e la collaborazione presuppongono un obiettivo. Questo non implica il concetto religioso di “progetto”, ma certamente è mille miglia di- stante dal puro caso. L’essere vivente è dipendente dagli altri e dall’ambiente, e chi più si integra in questa dipendenza sa vivere e sopravvivere.

E la genetica approva. Il Dna veniva visto come un “film” che conteneva un messaggio non influenzabile dall’ambiente. Oggi l’epigenetica mostra che invece è influenzabile dall’ambiente e dalle esperienze. Prova ne è che tutte le cellule del nostro corpo hanno lo stesso Dna, ma sono tutte diverse fra loro. E i gemelli “identici” proprio identici non sono perché pur avendo lo stesso Dna hanno ricevuto stimoli ambientali diversi che hanno fatto esprimere diversamente il Dna e questo ha generato le loro minute ma evidenti differenze. Il Dna porta memoria alle generazioni seguenti della carenza di nutrimento della prima generazione, e nei bambini porterà il ricordo di come sono stati trattati affettivamente alla nascita, provocando risposte diverse da grandi a seconda se siano stati trattati bene o male.

Gli studi fatti da Michael Skinner, dicono che un ambiente nuovo attiva o sopprime nuovi geni, e questi cambiamenti restano presenti per diverse generazioni; e questo – spiega la biologa israeliana Eva Jablonka nel suo libro L’evoluzione a quattro dimensioni – ha certo un impatto sull’evoluzione. «L’epigenoma [la struttura che governa il Dna] si adatta all’ambiente – leggiamo sull’“International Journal of Evolutionary Biology” – e può aumentare la velocità di evoluzione attivando dei geni silenti attraverso variabili ereditarie. Le modificazioni nell’ambiente possono indurre modificazioni epigenetiche. (…) La conseguenza è una plasticità fenotipica [cioè dell’aspetto dell’individuo] indotta dall’ambiente ». Basta pensare a trasformazioni millenarie evidenti ma certo non casuali o capaci di dare miglior possibilità di riprodursi, quali il mutare di dimensioni della mandibola umana o la mancanza di pigmento degli animali che vivono nel profondo di buie grotte.

Usciti dal dogmatismo dell’immutabilità delle forme di vita dalla creazione in poi, gli evoluzionisti classici erano ricaduti in un errore uguale seppur di segno diverso: il dogmatismo della casualità. Erano così dogmatici, al punto da chiamare immodestamente “central dogma” (esattamente così lo trovate nei testi di biologia) il principio secondo cui l’ambiente non influenza il Dna; dogma che si sta sgretolando, perché si svela il fondo buono dell’evoluzione: la collaborazione degli individui, l’interazione fino alla solidarietà degli esseri viventi tra loro e con l’ambiente, quale motore dello sviluppo della vita sulla terra.

Si rivela allora, grazie alle scoperte dell’epigenetica, una terza via che affianca le due vie classiche della disputa sull’origine della vita cioè il creazionismo immobile e l’evoluzionismo casuale: è la via dell’evoluzione collaborativa, che alle osservazioni di Darwin unisce le osservazioni epigenetiche e sociologiche più recenti. Un campo di cui sentiremo presto parlare molto.

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lunedì 1 3 luglio 201 5

L’associazione Spes contra Spem, che si occupa in maniera continuativa e professionale di disbilità, lancia un sondaggio online su una proposta scioccante ma seria: che le olimpiadi e le paralimpiadi si riuniscano in un solo evento. Leggiamo nel sito www.spescontraspem.it: “Le Paralimpiadi sono una dimostrazione di eccellenza nello sport; ci mostrano che l’atletica praticata da persone con disabilità rientra a pieno titolo nel novero delle attività sportive”. Tuttavia, “le Paralimpiadi, nella loro forma attuale, rischiano paradossalmente di alimentare pregiudizi sociali nei confronti delle persone con disabilità, dato che le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono tutt’oggi considerati due eventi distinti”. Ho affrontato questo argomento in un articolo pubblicato sulla rivista Sport Ethics and Phylosophy , organo ufficiale della Società Britannica di Filosofia dello Sport. Significativ o il titolo, “I giochi Paralimpici dovrebbero essere integrati nelle Olimpiadi principali”. Una separazione analoga fu quella tra lo sport fatto da uomini e quello fatto da donne. Separazione che oggi appare superata e obsoleta (non esistono, infatti, le Olimpiadi maschili e le “Olimpiadonne”). Nella prospettiva dei prossimi giochi olimpici e paraolimpici di Rio de Janeiro del 2016, propongo per le persone con disabilità Olimpiadi comuni senza un’edizione separata, in nome della parità, delle pari opportunità della cultura dell’accesso e dell’integrazione. Ecco allora che l’associazione, che ha come sua missione l’attenzione pubblica ai temi della disabilità propone un sondaggio breve e ben fatto cui chiunque può partecipare, cliccando qui. La cosa è interessante e merita di essere seguita perché su questo tema si crei un movimento di opinione che smuova l’attenzione sul tema delicato e avvincente dello sport fatto da persone con disabilità. Perché anche questo sport non resti fuori del novero dello sport da far vedere in televisione, dove troppo spesso finiscono solo pochi sport e solo quelli che attirano alla grande gli sponsor. Lasciando così lo sport fatto da disabili nella nicchia delle trasmissioni dell’accesso o in spazi piccoli e certo non in primo piano. Invece è uno sport di alto agonismo e alta partecipazione sia degli atleti che del pubblico.

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Una lettera contro la «grave e perdurante paralisi» delle procedure per l’approvazione dei progetti che prevedono l’utilizzo di animali in laboratorio è arrivata in questi giorni al Ministero della Salute da parte di autorevoli esponenti della comunità scientifica, secondo cui questi ritardi mettono a rischio l’efficacia della ricerca scientifica nel nostro Paese. In Italia infatti il decreto legislativo 26 del 2014 mette importanti paletti nell’uso degli animali per fini di ricerca, che tuttavia hanno trovato un forte appoggio da parte di settori dei media e della politica impegnati ad assicurare agli animali garanzie e diritti. Addirittura una direttiva europea del 2010 chiede che ricevano attenzione anche le forme embrionali e fetali degli animali. Non ci sembra che ci sia stata una simile mobilitazione quando si trattava di garantire agli embrioni umani il diritto a non essere oggetto di sperimentazioni o di congelamento. Con la differenza che, mentre il blocco degli studi sugli animali porterebbe a ritardi nella ricerca, come lamentano gli scienziati, il blocco degli studi sugli embrioni umani non ha portato a nessun intoppo, dato che dove sono permessi non ha portato risultati finora noti. Eppure quanta campagna stampa per permettere i secondi, e quanto silenzio in favore dei primi. Nel 2008 un importante centro di ricerca riportava che la ricerca italiana sarebbe indietro rispetto a tutto il mondo per un difetto etico in particolare: il blocco degli studi sugli embrioni umani. Questa differente considerazione della tutela degli animali e degli umani persiste anche oggi, con varie falle inspiegabili sul fronte animalista. È il caso della differente salvaguardia che ricevono specie diverse di animali: gli animali da compagnia e i primati di solito, anche in campo legislativo, hanno più ‘diritti’ di altri quali il maiale o il topo, in una visione che se rivaluta l’animale sembra farlo solo in chiave antropocentrica – utilità, simpatia o somiglianza verso l’uomo. Sia chiaro: ogni forma di crudeltà verso gli animali è segno di barbarie e non può essere accettata; ma ci sembra che esistano in Europa abbastanza garanzie per non dover pensare che gli animali studiati debbano per questo soffrire, perlomeno non più di quelli che si trovano in allevamenti intensivi. D’altronde mentre in Italia si stringono i limiti alla ricerca animale, in Europa un’iniziativa popolare promossa da un comitato che aveva raccolto il milione di firme necessarie per poter presentare alla Commissione europea la proposta di abolizione totale della vivisezione nei paesi dell’Unione europea è stata bocciata. Ci aspetteremmo che chi alza la voce per proteggere i piccoli macachi o i gatti si preoccupasse almeno un poco di quelle forme di vita umana che si congelano in laboratorio o si sottopongo a biopsia: pur non provando dolore, in quanto umani meritano rispetto. Per nostro conto, non smetteremo di chiedere il massimo rispetto anche per ogni animale ingiustamente sottoposto a sofferenze. Ma resta una bella differenza sui rispettivi diritti; chi non la vede almeno si adegui a un criterio di pari opportunità…

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HomeRiproponiamo qui un intervento di qualche anno fa ma sempre attuale; che si situa in un numero di Quaderni della Sussidiarietà che vale la pena di leggere: http://www.sussidiarieta.net/files/allegatiquaderni/QS1.pdf

Carlo Bellieni

Quando in assemblee pubbliche o in colloqui privati sento parlare dei pericoli che la famiglia corre tra DiCo e Pacs, mi stupisco sempre che qualcuno se ne meravigli. Mi stupisco dello stupore, perché ormai tutti lo sappiamo: sono 30-50 anni che viviamo in un clima dominato dalla fobia, una fobia instillata nel nostro popolo, una fobia dell’avvenimento, una fobia di quello che non si può governare, quello che non si può maneggiare, in primo luogo del figlio, dell’altro, del tu. Quello che Don Giussani chiamava l’effetto Chernobyl, cioè il mondo degli uomini svuotati: fuori tutti uguali, ma dentro non c’è più niente. Tutti i giorni i nostri figli e noi stessi abbiamo a che fare con questo nemico interno che ci ha svuotato, quotidianamente… ma non ce ne rendiamo nemmeno più conto: è la fobia della responsabilità, del dire «tu» alla moglie o al marito, all’altro insomma. Oggi l’ideale comune è vivere per sé, isolati, tenendo l’altro come ostacolo o come mezzo; e i rapporti affettivi finiscono in questa macina, tanto che nessuno dice più «tu» pensando al Destino dell’altro, ma considera il «tu» come qualcosa che si può “usare”, o al massimo “temere”. Un esempio l’ho colto di recente, studiando il livello di diagnostica prenatale svolta in Italia, che ci colloca al primo posto nel mondo per numero di ecografie e di amniocentesi; ciò testimonia non solo un’insicurezza esistenziale, ma anche un deficit di accettazione di sé, dei propri cambiamenti e del proprio figlio, a meno che non sia perfetto; per questo vale sommamente il richiamo recente del Papa contro la «ricerca esasperata del figlio perfetto». Quello che colpisce è che queste analisi vengono effettuate da cattolici e non cattolici, senza la minima preoccupazione delle implicazioni etiche connesse: si cerca un figlio che risponda non al suo Destino ma solo alle nostre attese. È interessante notare, a margine di questo, come spesso si accetti di rischiare la salute (basti pensare a quanti rischi si va incontro usando certe tecniche), pur di non compromettersi con le conseguenze di un giudizio, pur di affermare un proprio desiderio, talvolta un proprio capriccio. Ma questo è il tema di un altro lavoro. Di questa dimenticanza e indifferenza etica nelle scelte di tutti i giorni, i DiCo sono forse la punta dell’iceberg o forse la novità. Non dobbiamo dimenticaDiCo: un problema di metodo di Carlo Bellieni * * Dirigente medico, Terapia Intensiva Neonatale, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese Membro Corrispondente Pontificia Accademia Pro Vita re, comunque, che quando diciamo “novità” in realtà parliamo di una regressione di millenni: la divisione degli uomini in “persone” e “non-persone”, il possesso dei genitori sui figli, lo svilimento della funzione della donna, sono cose di secoli e secoli fa. Tuttavia oggi, instillando nelle donne l’idea di essere incapaci (ad accettare l’altro, ad accettare se stesse cambiate) o riducendole a una realizzazione basata su modelli maschili; con la tratta di esseri umani rinnovata nelle forme, ma orrenda come sempre; con il diritto di vita e di morte che i genitori hanno sui figli prima della nascita e ora anche dopo… ecco davanti a tutto ciò non siamo in presenza di novità, ma di regressioni, involuzioni. Dicevo che i DiCo sono la punta dell’iceberg di un’involuzione che respiriamo appena accendiamo la tv o leggiamo un giornale: bisogna dunque affermare un giudizio su di essi, respingerli, ma anche stare attenti a non farci stregare dal fascino perverso della sfida laicista e correre dietro all’ultima novità, come può essere oggi, ad esempio, l’apertura verso l’eticità del cannibalismo o della pedofilia, cui abbiamo assistito in certi ambiti, la clonazione umana o la creazione di chimere. Non possiamo scordarci infatti di quelle “novità” che noi non potremo mai condividere, ma che sono diventate il pane quotidiano. Dunque, c’è un problema di metodo: ma per parlare di questo, la cosa migliore è partire dalla propria esperienza “in atto” e ho visto che nell’affrontare queste cose professionalmente, dovendosi buttare allo sbaraglio in un giudizio e in certe battaglie, il problema è a due livelli. Il primo è di acquisire personalmente un’autorevolezza e questo per me è stato necessario, perché solo con un lavoro di ricerca scientifica di anni e di applicazione clinica nel campo della sensorialità, del dolore e della memoria del feto e del neonato, è stato possibile far capire che ciò che dico, che diciamo, non sono pie fantasie o romanticismi, ma un dato oggettivo, molto più serio di quello di chi sostiene che l’individuo abbia inizio esistenziale quando vogliono i genitori o lo Stato. Il secondo livello è chiarito dal termine «giudizio», che significa impegnarsi nel paragone, che un po’ alla volta diventa naturale e esistenziale, tra la realtà e le esigenze del cuore. Il giudizio, si noti bene, non si esercita su “un tema”, ma sulla realtà e non si può parlare di «realtà» se ne prendiamo solo un aspetto: non si vive a compartimenti stagni. Allora, il problema in sé non è quello dei DiCo, come non lo è l’aborto o la fecondazione; non è solo il problema di una legge che deve cambiare. Il problema è quello di insegnare a giudicare a ognuno di noi in primo luogo, e poi 82 FAMIGLIA E DICO: UNA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA? a chi incontriamo, con i media cui possiamo arrivare: possiamo cambiare tutte le leggi del mondo, ma se non riprendiamo a giudicare, cioè a confrontare con la nostra esperienza originaria la realtà, non abbiamo cambiato niente, troveremo sempre nuovi agguati. Purtroppo dobbiamo notare che la capacità di giudizio, se non esercitata e sollecitata in una compagnia, tende ad atrofizzarsi: non si spiega altrimenti come fenomeni discutibili vengano comunemente accettati e diventino cultura e “dato di fatto” su cui non si discute più: fra questi includiamo la scelta di costituire una famiglia in età avanzata, o fare pochi figli; la facilità delle separazioni, ma anche la preponderante programmazione televisiva di spettacoli voyeuristici o incentrati sul gioco d’azzardo; e potremmo continuare la serie. Se i DiCo sono il segno di una regressione antropologica, il metodo è “vivere” una nuova antropologia. Diceva don Julián Carrón: «quante cose sono ormai diventate pane quotidiano, quante cose che condanniamo a parole le abbiamo di fatto accettate, non ci scandalizzano più! Abbiamo davvero accettato questa dimenticanza di noi stessi, nell’atto in cui abbiamo a che fare con le cose che ci dovrebbero stare più a cuore: il figlio, la moglie, i rapporti di tutti i giorni?». Penetrare nella realtà che abbiamo dinnanzi e giudicare a partire da un incontro che ci affascina: questo è il metodo. Allora i DiCo sono solo un esempio, come nei mesi scorsi lo sono stati l’eutanasia, la fecondazione, ecc. Sono più subdoli forse, perché entrano in un comportamento abitudinario di rapporti nati morti, di incapacità a desiderare il bene dell’altro, che per noi sono la norma (o rischiano di esserlo). Ma sono un esempio che rimanda a una responsabilità che è il presupposto del metodo: assorbire il metodo da chi lo vive. «Giudicare tutto - diceva don Giussani - : questa è l’ascesi»

FINE DEI profeti DI SVENTURA

I l New York Times ha pubblicato da poco un articolo intitolato «Gli orrori non realizzati dell’esplosione demografica ». L’argomento è quantomai interessante. Vi ricordate gli annunci di disastri da sovrappopolazione che tanti profeti di sventura avevano fatto diventare idea-culto per le masse? Il quotidiano liberal newyorkese li ricapitola e constata che il mondo non è esploso, nonostante quelle funeste previsioni dicessero il contrario. Riporta i racconti di Harry Harrison, che dipingeva un futuro senza spazio per le nuove generazioni, e di Paul Herlich, un biologo di Stanford, autore di The Population Bomb, bibbia dell’antinatalismo e manifesto del neo-malthusianesimo.

Nel libro Herlich spiegava che «la battaglia per nutrire tutta l’umanità è persa» e, prospettando scenari di carestia, prevedeva che «nel 2000 l’Inghilterra non esisterà più», così come l’India. E così oggi sul New York Times si può annotare con ironia: «Come forse avrete notato, l’Inghilterra è ancora dei nostri. E anche l’India». Già, si moltiplicano i mea culpa di tanti profeti di sventura, impauriti forse dal fatto che ormai non nasce più nemmeno chi servirebbe a pagare le loro pensioni.

E anche l’Expo di Milano sta diventando l’occasione per riaffermare l’evidenza: basterebbe un terzo del cibo che nel mondo va sprecato (un totale di 1,3 miliardi di tonnellate) per sfamare chi soffre la fame. Il vero eccesso sono gli sprechi. Fred Pearce, intervistato dal giornale americano, spiega che alla luce dei fatti la sovrappopolazione non è mai stata un rischio reale: lo è il sovraconsumo delle risorse, e questo ricade sulla coscienza dei Paesi più ricchi, ribaltando il mantra che voleva che tutte le colpe (crescita e consumo) andassero attribuite al cosiddetto Terzo Mondo.

Eppure, in questi anni abbiamo assistito a sterilizzazioni forzate in India, politiche del figlio unico in Cina, agli effetti dei terrorizzanti scenari di sovrappopolazione prospettati nei Paesi europei, che nel frattempo sono diventati vecchi e senza bambini… Ora, se ilNew York Times prende una posizione così netta forse vuol davvero dire che la teoria di Ehrilich comincia a franare. Certamente perché i numeri non gli hanno dato ragione. Ma anche perché era così evidente che un mondo in cui una metà soffre di denutrizione e l’altra di obesità non si aggiusta facendo pressione sui poveri che non hanno pane e spingendo perché non abbiano nemmeno i figli che glielo procurano.

La strada è quella della sobrietà, che anche papa Francesco continua a indicare: far diventare meno avida quella porzione opulenta del mondo il cui cruccio massimo è come stare a dieta questa sera.

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Carlo Bellieni
domenica 14 giugno 2015

I bambini salveranno il mondo! Lo salveranno nel futuro dall’ammorbante contaminazione dell’utilitarismo. Ma di nascosto come solo i bambini sanno fare, già lo salvano; perché loro, e non le generazioni adulte, sono i tenutari di una tradizione orale secolare. Nella loro vita quotidiana, nonostante i violenti lavaggi di cervello che subiscono da televisioni e pc, ancora accade di riascoltare le vecchie tiritere infantili che sentivamo e cantavamo da bambini uscire dalla bocca di un cittino, di un picciotto, di un toso di otto anni in qualunque parte d’Italia. Le vecchie tiritere, le conte, i girotondi: “Girogirotondo casca il modo…”, “ponte ponente ponteppi”, “ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò” sussistono anche se non gli arrivano in formato elettronico, anche se la TV le ignora, anche se i giocattoli che gli regaliamo hanno sì le canzoncine, ma sono quelle inglesi: “Twinkle twinkle little star” eccetera. Anche le musichette che escono dagli apparati illuminanti degli alberi di natale hanno musiche made in Usa… ma “Anghingò” e “piove pioviccica…”, “Ninna nanna ninna oh” resistono indisturbate. E’ un miracolo. Ed è un miracolo che resista “oh che bel castello marcondirondirondello!”, che ci ricorda la ballata di Fabrizio de André intitolata Girotondo, che significativamente fa coincidere la fine del modo con la follia e la perdita di memoria dei bambini che non riescono nemmeno più a cantare la loro canzoncina.
Di questo miracolo dobbiamo dire grazie ad una categoria ignorata dai massmedia: le maestre d’asilo, bistrattate culturalmente perché non producono cose tangibili (parrebbe!): non insegnano a contare e a leggere (questo sarà compito delle elementari) e per questo sembrano inutili agli occhi miopi della cultura utilitarista. Invece forgiano la personalità, in un mondo in cui i genitori oltretutto sono sempre meno presenti e la famiglia è sempre più indecifrabile e fragile, frammentata e rimpastata. E forgiano la personalità facendo ricorso alla tradizione, che non significa per forza quella filosofica, storica, ma quella popolare, umana, bella che raccoglie il meglio delle precedenti. E la tradizione cosa è oggi? I ritornelli, i girotondi che facevano i nostri nonni. Spariti i giochi popolari (la campana, o il battimuro per esempio), sparito il gusto di andare a spasso con la banda dei bambini coetanei (oggi tutti chiusi in casa e si esce rigorosamente scortati dai grandi), i bambini un tempo padroni di strade e piazze vengono piazzati di fronte a pc e videogiochi, di cui possono scegliere mille versioni, ma non possono permettersi di scegliere di vedere dal vivo un uccellino, di salire su un vero albero, di rubare una mela all’albero del vicino (non ci sono più alberi, e i vicini manco li hanno mai visti). Ma le maestre suppliscono questo disastro culturale, le maestre d’asilo, quelle che tengono su le materne, che sembrano agli occhi del mondo e di certi amministratori un babysitteraggio, e invece creano, costruiscono, ricordano e fanno ricordare. Nota bene: le mamme, anche, potrebbero essere attive costruttrici di questa memoria… solo che è una memoria collettiva e nella società in cui i bambini non si incontrano più, le povere mamme riescono al massimo (a loro onore!) a raccontare al proprio bambino la favola della buonanotte.
Che strano che nessuno si sia accorto di questo patrimonio: tutti abbiamo ricordi di tiritere ancora cantate (clandestinamente), e stupisce che – povera Italia! – non abbiano pensato a farci soldi, ma questo ha un duplice motivo: il primo è la sudditanza a qualsiasi cultura straniera, per cui le ninnenanne vanno bene se sono rigorosamente delle “lullabies”, magari per rendere “smart” il nostro “baby” e fargli “improve his English”; il secondo motivo è che forse nessuno ci ha pensato per sbadatezza e forse è meglio così: che la cultura sotterranea underground delle ballate che facevamo con i denti da latte resti sotterranea, che sia patrimonio geloso che i bambini custodiscono.
Già, i bambini… forse sanno senza dircelo di fare un lavoro culturale enorme, custodendo l’ultimo brandello di memoria di un popolo, le canzoncine, “Quarantaquattro gatti” che cantavamo noi quando c’era mago Zurlì, che loro non conoscono ma che insistono a cantare (la storia di un popolo ha ovviamente ben altro spessore, ma che resti vivo “il valzer del moscerino” significa che ancora qualcosa brilla sotto la cenere). Sanno di fare un lavoro e si sforzano di farlo; sono dei banditi della memoria che arditamente tramandano la storia. Poi arriverà l’adolescenza che magicamente gli imporrà i vestiti firmati, le canzoni commerciali, lo smalto alle unghie e il gel ai capelli… e magicamente gli farà cancellare dalla mente questo loro titanico lavoro che passerà miracolosamente ad altri centomila bambini senza i dentini incisivi, che si rotolano nei sabbiai degli asili, accanto alle loro maestre, le menti di questa rivoluzione.

LogoAvvenireUMBERTO FOLENA

Breve e chiaro, gentile e accogliente. È papa Francesco nei commenti dei consiglieri di Scienza & Vita. Un Papa che sottolinea e rilancia. E, tra il sorgere della vita e il suo tramonto, indica quella ‘terra di mezzo’ dove si combatte quotidianamente la battaglia per la dignità e la bellezza contro la cultura dello scarto. «Parole belle e serene – spiega Carlo Bellieni – che fanno chiarezza: chi critica il Papa, imputandogli una supposta rottura con il suo predecessore, è servito ». Non solo. Bergoglio rilancia e invita a un passo ulteriore, ad allargare lo sguardo «a tutti gli attentati alla vita – sottolinea Daniela Notarfonso – dagli immigrati scomparsi nel Mediterraneo ai morti sul lavoro». È tutta la vita da amare e tutelare, osserva Chiara Mantovani: «Ci ha messi in guardia dalla terribile cultura dello scarto, che disprezza i non ancora nati come coloro che vivono con sofferenza e difficoltà, fino all’eutanasia, nominata esplicitamente in un momento in cui questa parola sempre impronunciabile». È la stessa osservazione diMassimo Gandolfini: «L’ha chiamata con il suo nome, eutanasia: bene! Senza giri di parole né eufemismi. È importante anche perché la Dat (Dichiarazione anticipata di trattamento, giusto per non chiamarla con il suo nome vero, ndr) sta forse per fare la sua apparizione in Aula».

Ma questa sorta di ‘terra di mezzo’ non costringe Scienza & Vita ad allargare fin troppo il proprio raggio di interesse e intervento? Per Bellieni non è così: «Da un lato è necessario essere realisti, tutto non possiamo fare. Ma neppure dobbiamo costringerci entro paletti troppo stretti. Comunque, tra i pilastri fondativi di Scienza & Vita sono già presenti campi di azione come le malattie rare e la condizione femminile, non riconducibili ad aborto ed eutanasia, a bioetica e fecondazione assistita. L’impegno per la vita non può essere zoppo, esige uno sguardo ampio e la capacità di andare oltre le specializzazioni». Consenso convinto e unanime anche attorno all’invito «a collaborare con chi non crede – spiega Emanuela Lulli, ma condivide il mistero e la bellezza della vita». Lo sottolinea anche Paolo Marchionni: «Dobbiamo domandarci subito come tradurre in pratica l’invito a dialogare con tutto il mondo della scienza. Lo strumento più adeguato potrebbe essere una società scientifica. L’importante è non porre immediatamente le ragioni della fede, ma affermare innanzitutto le ragioni di una scienza rispettosa dell’uomo, che sappia dialogare con gli strumenti suoi propri». Ma gli interlocutori ci sono? «Eccome ». E un primo obiettivo? Ad esempio, racconta Gandolfini, «studiare assieme come la scienza possa essere sempre a favore dell’uomo senza farsi sopraffare dalla tecnologia: scienza e fede, tutt’e due a servizio dell’uomo e non viceversa». Fa loro eco Chiara Mantovani: «Lo stesso Bagnasco ci invita a continuare a coltivare la buona scienza, quella che ama la vita, senza timore di relazionarci con alcuno, con garbata determinazione, perché ne va del futuro dell’uomo».

Parla di bellezza Emanuela Lulli. Ne parla anche, non a caso, Daniela Notarfonso: «Nel nostro gruppo di lavoro sull’educazione abbiamo richiamato la necessità di annunciare innanzitutto la bellezza e la meraviglia della vita, senza commenti. Ai giovani e ai bambini. Che si emozionano al semplice vedere la bellezza di una gravidanza». Una vita bella e anche «sacra». Ma sacra in che senso? Se lo chiedeMarchionni, che si risponde così, con Bagnasco: «Sacra come sacra è la patria, ossia grande e straordinaria, per una sacralità che non richiama necessariamente e subito l’elemento religioso. Sacra perché di per sé merita il massimo rispetto».

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«Annunceremo la ‘grande bellezza’ della vita umana da non asservire alla tecnologia»


Carlo Bellieni

Jeffrey Spector, 54enne imprenditore britannico, ha programmato ogni dettaglio della propria morte ed è andato nella clinica svizzera Dignitas, dove è stato eutanasizzato.

Ha organizzato un’«ultima cena» con i familiari, si è fatto fotografare con la moglie e le tre figlie, prima di partire per la Svizzera e andare a morire. Aveva un tumore vicino alla spina dorsale che iniziava a dare segnali di paralisi, ma non era né in fin di vita né gravemente inabile. «Voglio la capacità di bere una tazza di caffè o di rispondere al telefono», ha detto, perché il tumore stava iniziando a dargli difficoltà di far pressione con le dita nell’afferrare gli oggetti. Per il resto, riferiscono gli amici, stava bene: guidava, era perfettamente lucido. Eppure è andato a farsi uccidere.

Peter Saunders, dirigente dell’associazione britannica «Care Not Killing», mette in guardia dall’effetto che può fare sulla maggioranza delle persone con paralisi già in atto, che in realtà non vogliono assolutamente morire, ma da eventi come questi possono sentire aprirsi una strada quasi invitante verso la finevita. E la British Medical Association resta assolutamente contraria al suicidio assistito, mentre invoca un maggior ricorso alle cure palliative e di sostegno per la disabilità.

Ma ancora notiamo il solito paradosso mediatico: tanta apertura per l’eutanasia – chiedere la morte in previsione di future disabilità – e così poco interesse pubblico per il benessere delle persone gravemente malate. Già il Telegraph aveva denunciato lo scandalo delle cure inappropriate che riceverebbero gli anziani negli ospedali inglesi, fino a rifiutare certe cure per raggiunti limiti di età, come riportava mesi fa il Guardian; e l’associazione Nidcap denuncia le cure inappropriate tante volte ricevute dalle persone con disabilità mentale, così come fa Science Daily che denuncia che questi pazienti sono «invisibili» per il Sistema sanitario nazionale. Cosa offre loro la società occidentale basata sulla performance e sull’autonomia?

Viene da pensare che nella società dello scarto, chi non raggiunge lo standard per difendersi da solo viene inconsciamente convinto a farsi da parte. E quanto aiuta in questo l’idea che essere persona umana è legata al livello di autonomia raggiunta, nel caso del bambino, o residua nel caso dell’adulto? Eppure le cure

palliative fanno grandi passi, tanto da non dover essere più chiamate palliative (cioè di ripiego) ma cure integrali contro il dolore, contro la sofferenza psicologica, ben organizzate in hospice, in ospedali e cliniche e a domicilio. Non sono più un lusso o un ripiego, ma pura cura. Che va potenziata. Perché chi sta male e ha una malattia progressivamente invalidante non deve sentire di essere un peso, non deve sentire che le cure che riceve sono «straordinarie», mentre dovrebbero essere il primo obiettivo di un buon sistema sanitario e soprattutto di uno stato moderno che punti ai diritti di chi è più debole e non può alzare la voce.

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Epigenetica

May 26th, 2015
Nat Neurosci. 2015 May 25. doi: 10.1038/nn.4026. [Epub ahead of print]

Experience-dependent DNA methylation regulates plasticity in the developing visual cortex.

Abstract

DNA methylation is an epigenetic repressor mark for transcription dynamically regulated in neurons. We analyzed visual experience regulation of DNA methylation in mice and its involvement in ocular dominance plasticity of the developing visual cortex. Monocular deprivation modulated the expression of factors controlling DNA methylation and exerted opposite effects on DNA methylation and hydroxymethylation in specific plasticity genes. Inhibition of DNA methyltrasferase (DNMT) blocked molecular and functional effects of monocular deprivation, partially reversing the monocular deprivation transcriptional program.

Paralympic Games (PG), involving people with disabilities (PWD), are a manifestation of excellence in sport. They show that athletics performed by PWD counts as genuine sport. They also support a wider meaning of the term ‘health,’ understood not just like a utopian state of perfection, but like the ability to realize oneself in the projects and activities of one’s own choosing. Notwithstanding these virtues, PG—in their current form—may paradoxycally reinforce social prejudice against PWD. This is due to the fact that PG and Olympic Games (OG) are now two distinct events. In this article, I argue that PG should be integrated in the OG, just like women’s and ‘minor’ sports, because the separation of PG and OG indicates a morally arbitrary separation between people with and without disabilities. I also propose to remove the word ‘Para-lympic’ because it stigmatizes the sport performed by PWD as an appendix of ‘normal’ sport. Athletes with disabilities deserve special attention because they have special needs; but they also deserve an arena where their excellence is offered to the public, and this arena should not be different from that of normal-bodied athletes.

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