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Papa: belle parole al vento?

March 24th, 2017

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carlobellieni.com

Non so chi organizza le udienze del PAPA, ma sta parlando in ITALIANO senza traduzione simultanea a gente che non lo capisce e che spippola col telefonino…
Imbarazzante… Anche perché il Papa sta dicendo cose belle e importanti, che per la mancanza di comprensione andranno sprecate…

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carlobellieni.com

ART 1 “Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente e in conseguenza di ciò è esente da responsabilità civile o penale”.

Qui non specifica che si tratta delle volontà di andar incontro a morte o sospendere un trattamento, quindi è un’affermazione apodittica, che potrebbe portare a sciocche e insensate richieste da parte del paziente, MAGARI IN BUONA FEDE, MA TUTTAVIA INSENSATE.

ART 2 “Il consenso informato di cui all’articolo 1 è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale”

Che ne sarà dei neonati? Un genitore potrà chiedere di fermare il respiratore indipendentemente dal parere del medico, anche se il bambino non sta morendo o se nemmeno è chiara la prognosi,  e questi dovrà attenersi alla decisione del padre/madre

ART 2 “il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”.

Quando si parla di alimentazione e idratazione artificiale non è definito cosa si intende: un sondino non è tanto artificiale, comunque non lo è più di un biberon…

ART 3 “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento (“DAT”), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche

Torno a dire che questa formulazione (“convinzioni e preferenze NONCHE’ consenso o rifiuto”) indica che il paziente non solo può rifiutare o acconsentire, ma anche scegliere altro, e questo deontologicamente e clinicamente è inaccettabile, tanto più che la presente legge obbliga il medico ad obbedire. Oltretutto può portare ad abusi, sprechi di risorse, errori, richieste di terapie inutili se il soggetto sta morendo, o paradossalmente richieste di accanimento terapeutico e il medico non potrà opporsi.

ilsussidiario.net - il quotidiano approfonditoCarlo Bellieni

Raffaele Cantone sembra aprire alla legalizzazione della cannabis; in realtà il Garante per la Corruzione non invita alla legalizzazione, ma dice: “Mi pongo una domanda, anche se non sono in grado di dare una risposta”. Dunque diamogli una mano a rispondere a questa domanda.

L’American Academy of Pediatrics si è sempre opposta alla legalizzazione, non ultimo il suo documento ufficiale del 2015, sottolineando in particolare per giovani e giovanissimi i danni al cervello che produce. In un testo appena pubblicato dai Pediatri Americani leggiamo: “la legalizzazione ha creato un ambiente culturale in cui la marijuana è vista sempre più come accettabile, sicura e terapeutica”, cosa che smentiscono chiaramente portando dati e numeri inoppugnabili. La rivista Pediatric neurology, dal suo canto, riporta i dati sui danni cerebrali da cannabis, in particolare a carico della sostanza bianca del cervello, sfatando anche il mito di una “cannabis curativa”, dato che gli impieghi in medicina dimostrati efficaci sono minimi e pochi.

Anche un interessantissimo studio americano intitolato “Uso della cannabis e rischio di passare ad altre sostanze stupefacenti e di avere disturbi d’ansia”, pubblicato sulla rivista JAMA il 14 marzo risponde in parte alla domanda di Cantone: farsi spinelli porta poi al passaggio a droghe anche peggiori. Lo studio è stato condotto su oltre 34000 persone adulte, con un rischio 6 volte maggiore di passare ad altre droghe tra le persone che usano spinelli rispetto a quelli che non li usano. Non c’è da stupirsi: il sistema nervoso dei ragazzi per sua natura ha scarsa capacità di sentire il rischio e il pericolo e molta più capacità di un adulto di andare a ricercare stimoli gratificatori, sia naturali che chimici; il che significa che una volta aperto il mercato della marijuana, si apre anche la corsa all’acquisto, come hanno dimostrato le liberalizzazioni nello stato di Washington, USA o il passaggio ad altre droghe.

Dicevamo di un rischio culturale che certo Cantone vorrà evitare: dietro la liberalizzazione della cannabis c’è spesso un modo di pensare del tipo “panem et circenses”, cioè “diamo al popolo di che divertirsi purché lasci in pace chi comanda”. Si dice che la legalizzazione serve per togliere il mercato alla mafia; ma fosse anche questo vero, resta il fatto che è un mercato sporco, di roba che fa male e se passa in mano allo Stato non fa meno male. Si dice che se si vende il tabacco tanto vale vendere anche al marijuana; ma fortunatamente dopo anni di lotte i pacchetti di sigarette sono pieni di scritte che il tabacco nuoce alla salute, mentre non ci sembra di sentire da parte dei legalizzatori nessun livello di allarme, nemmeno una parola in realtà, verso la salute di chi potrebbe farsi spinelli su spinelli.

Si deve dunque rispondere alla domanda di Cantone, ma occorre prima superare due punti. Infatti, se si vuole affrontare un problema, bisogna prima togliere di mezzo gli intralci, come se uno vuole salpare nel mare ma ancora non riesce ad uscire dalla giiungla.Quali sono questi due punti?

Primo punto: lotta alla propaganda delle droghe (dalla marijuana al gioco d’azzardo) con relative sanzioni e programmazione di una campagna per mostrare i danni delle droghe al pubblico. Secondo punto: monitorizzazione dei provvedimenti e delle strutture che sul territorio nazionale prevengono emarginazione e disagio, con opportuni indicatori di livello ottenuto. Se non c’è questo passo, è come se la liberalizzazione fosse un fatto dovuto verso qualcosa di bello e buono che dei cattivoni tengono sotto chiave; o come se drogarsi fosse come mangiare un gelato e non fosse espressione di una carenza di qualcosa che per qualcuno è poca roba, ma per altri è un vuoto mortale e pestifero. Quando i due punti saranno stati sviluppati, quando la popolazione saprà davvero cosa fa male e quanto, si sarà andati oltre le belle parole nel campo dell’emarginazione e del disagio giovanile, allora – solo allora - si sarà creato il terreno fertile per rispondere alla domanda di Cantone. Per ora la risposta a Cantone è no, non possiamo legalizzare dando il messaggio che la droga non fa male, non possiamo legalizzare creando l’alibi allo stato per disinteressarsi dell’emarginazione. L’unica legalizzazione futura possibile è quella per la cura di chi è dipendente – mentalmente o fisicamente - da cannabis, come aiuto alla disintossicazione o per evitare danni gravi, sotto tutela e sotto osservazione; ma senza il presupposto dei due punti suddetti, non se ne può parlare

Carlo Bellieni

Carlo Bellieni

Riprende in Parlamento il dibattito sulla legalizzazione della cannabis, ma si sentiva il bisogno di un provvedimento simile? Che il mercato sia in mano alla delinquenza è certamente orribile, ma ricordiamo ancora, a distanza di un mese, le parole della madre del ragazzo suicida per possesso di droga a Lavagna: «Vi vogliono far credere che fumare canne è normale», una frase che ha fatto riflettere molti sulle strategie da prendere: liberalizzare o affrontare finalmente il disagio? Perché la droga non è democratica, ma allontana dalla consapevolezza dei veri diritti; perché la droga non è innocua; e perché

risolvere il problema senza guardare alle cause non va bene. Sono molti i segnali che arrivano in questo senso dai singoli, dalle comunità di recupero, dalla letteratura scientifica. Un recente e approfondito studio epidemiologico americano mostra che legalizzare la cannabis ne fa perdere il senso di pericolo e dannosità tra i giovani. La rivista «Jama» (il

Journal of American Medical Association), una delle più importanti al mondo, spiega bene il fenomeno con le parole della ricercatrice Magdalena Cerdà, dell’Università della California: in alcuni Stati Usa «con la legalizzazione, la marijuana è stata resa meno stigmatizzata, aumentando così le probabilità del suo uso tra i giovani». Anche l’American Academy of Pediatrics contrasta la liberalizzazione per i rischi sullo sviluppo neurologico e cerca di far fronte ai danni negli Stati dove è stata liberalizzata. La legalizzazione potrebbe diventare legge dello Stato anche in Italia se arrivasse in porto il progetto di legge n.

3235 del 16 luglio 2015 («Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati») a firma di un nutrito gruppo di parlamentari, primo dei quali Roberto Giachetti (Pd). L’opzione antiproibizionista magari nata con intenti positivi (si parla di «una dimostrabile efficienza sul piano fiscale ed effetti positivi sul piano sociale e sanitario grazie al controllo della qualità delle sostanze vendute, e del contrasto delle organizzazioni criminali»), nulla fa contro la banalizzazione dell’assunzione di droghe, un vero e proprio negazionismo che, soprattutto ora, andrebbe invece scoraggiato. La proposta di legge ha il difetto di tutti gli antiproibizionismi: pensare e far credere che la droga sia ‘normale’, inevitabile, sanzionando il commercio di cannabis nei confronti dei minori ma non il possesso da parte loro, e riconoscendo implicitamente che non si riuscirà mai a far sparire il mercato nero per questi ultimi.

Ci piacerebbe invece vedere una legge che avesse al centro la chiara preoccupazione di arginare la diffusione di tutte le sostanze che danno dipendenza come anche di smentire chi racconta che ‘tanto non fanno male’. E la cannabis dà dipendenza, come spiega il National Institute of Drug Abuse americano. Un tentativo di scoraggiare l’uso è in atto proficuamente con il tabacco, il cui consumo non a caso è calato drasticamente negli ultimi anni, e cresce la consapevolezza che un atteggiamento simile andrebbe esteso anche ad alcol e gioco d’azzardo. Non sentiamo però alzarsi voci per mettere in guardia dai danni indotti dal consumo di cannabis. È semmai vero il contrario: consentire la coltivazione in proprio e ‘di gruppo’ della cannabis, come fa la suddetta proposta di legge, quasi fosse un simpatico e innocuo passatempo, non è precisamente un modo per scoraggiarne l’uso. Riporta l’Osservatorio sulla droga della Presidenza degli Stati Uniti che in Colorado dopo la liberalizzazione i morti per incidenti d’auto legati all’uso di marijuana sono aumentati del 48%, mentre il consumo tra i giovani è cresciuto del 20% e l’uso tra gli adulti del 17. Ma c’è un dato ancora più allarmante: come riporta la rivista dell’American Medical Association, si diffonde l’uso della marijuana contro la nausea in gravidanza, con terribili rischi di danni cerebrali per il nascituro, ‘tanto non fa male’… Chi vuole liberalizzare la cannabis faccia vedere che è veramente cosciente di quanto spiega la letteratura scientifica sui danni indotti: allora discuteremo su quale strada possa essere percorsa che non sia da un lato quella del carcere e dall’altro la vendita al supermarket. Ma vale la pena discutere solo con chi non nega la realtà, raccontando che la droga è innocua. Vogliono allontanare le manette per i consumatori? Facciano una proposta di legge ‘antinegazionista’, che scoraggi chi sulla pelle dei giovani rimuove la pericolosità delle droghe. Su questa base condivisa sarà più semplice trovare soluzioni efficaci.

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Appunti dal corso tenuto presso l’Ateneo Regina Apostolorum il 16 dicembre 2016 dal prof Carlo Bellieni, nell’ambito del Master in Bioetica

Il difficile atto medico etico

Il medico per fare un atto etico oggi deve avere due criteri: la passione e la compassione. PASSIONE: che la cosa che fai e la persona che hai davanti ti interessi; se non ti interessa lascia stare. COMPASSIONE vuol dire che deve essere la persona a dare il metodo del tuo giudizio, cioè se ci troviamo di fronte ad un problema economico va affrontato, se il problema è di salute va affrontato come tale e questo si chiama realismo; ma il realismo non basta e ha bisogno della ragione: considerare tutti i fattori perché se è vero che il PRINCIPALE problema è economico (o sociale, culturale, o clinico) è pur vero che dobbiamo guardar meglio, aiutare a guardar meglio, e vedere e far vedere un orizzonte maggiore che non è il mero bisogno immediato.

Questo significa che quando si affronta un problema A si può passare alla conclusione C immediatamente, istintivamente solo in apparenza; in realtà per andare da A a C dobbiamo passare dalle nostre convinzioni o dalla nostra cultura o pregiudizi o stato d’animo che inevitabilmente influenzerà il C. Questa è la base dell’agire medico. Il medico non è il dr House che cura dal suo ufficio, ma è chi tocca, incontra, domanda, si immedesima, risponde, parla, conforta; e che viene confortato. La prima azione allora del buon agire medico nel prendere le decisioni difficili è immedesimarsi, interessarsi, coinvolgersi, pur restando distinto, ribadendo la distinzione dei ruoli. Poi viene la il realismo e la ragione.

Non pochi nemici…

In questo percorso il medico ha due ostacoli grandi. Il primo è l’aziendalizzazione della sanità. I pazienti sono utenza il medico è datore di servizio, e tutto è regolato da forme contrattuali invece che da virtù. Ma come diceva tacito, corruptissima republica, plurimae leges: quando la repubblica decade, si moltiplicano le leggi. Un esempio è il codice di deontologia medica che prima era solo il giuramento ippocratico e tantoRisultati immagini per medicare bastava; ora sono 144 capitoli! Altro esempio è il moltiplicarsi dei protocolli come se bastasse attenersi ai protocolli per essere buoni medici; e col moltiplicarsi i protocolli diventano così complicati e numerosi che nessuno gli sta più dietro. Esiste anche un protocollo per fare i protocolli!. Secondo ostacolo è la perdita della collegialità medico-paziente e la assurzione della autonomia a sommo tribunale: dalla solidarietà alla solitarietà: quanto è diffuso il burn-out tra  medici e infermieri!.

Quando l’arte medica diventa azienda, e l’ospitale diventa ospedale, quando regnano burocrazia e solitudine, si perde l’orizzonte e si diventa schiavi non dell’istinto o dell’improvvisazione etica, ma di una peggiore ideologia, che è peggiore perché non sembra un’ideologia. E’ l’ideologia della omologazione, cioè del modo in cui chi governa il mondo ci tiene in pugno appiattendo le differenze, rinunciando alla personalità e alla personalizzazione. E si ha un solo esito: la mediocrità.

Medicina: non una scienza ma un’arte

Il medico sta lì per curare, che vuol dire prendersi cura, cioè tenere vicino al cuore basta questo? No, ma senza questo l’arte del medico è inutile. Ma deve avere un secondo punto: il guarire, che non è risolvere il problema richiesto perché certi problemi non sono risolvibili, ma  -etimologicamente - è fare schermo al paziente, preservarlo dal peggio che poi è la disperazione, spesso guarendolo, ma sapendo che guarire non significa far sparire tutto ma far star meglio, sempre meglio, cioè aiutare a guardare nell’interezza dei suoi fattori e dei suoi attori. E significa medicare, cioè etimologicamente misurare, non partire dai propri pregiudizi ma dalla persona che si ha davanti, per il problema che quella persona ti presenta.

Allora capiamo cosa è la salute: non un’utopica assenza di malattia, non un completo benessere (e nessuno ti spiega cosa è i benessere), ma la soddisfazione del proprio stato, della propria condizione, che sarà differente se hai vent’anni, se sei vecchio, se sei un atleta o se sei su una sedia a rotelle, ma hai la possibilità di essere soddisfatto, di sentirti sereno. Questo ha due corollari: il primo è che allora la salute non è preclusa a nessuno; il secondo è che però la salute deve esser accompagnata, non può essere i sentimento che si prova nella solitudine, magari nella solitudine di chi non è medico o di chi è medico ma è impaurito: una salute accompagnata, cioè curata, medicata e guarita.

Per far questo serve lavoro. Bisogna costruire, cioè mettere una sopra l’altra gli strati di un edificio, con pazienza e con compagnia, l’edificio della propria capacità etica, cioè della propria empatia, ragione e realismo. Ma c’è un passo in più: questo edificio va abitato. E’ una rivoluzione copernicana dire che una casa prima si deve abitare e poi si può costruire, ma è così: abitare significa etimologicamente avere (viene da habeo e quindi da habito, iterativo) , possedere, cioè conoscere e non si costruisce nulla che regga il tempo se non si conosce il luogo, se non si conoscono i materiali, se non si conosce chi ci deve abitare e a cosa sarà adibito: serve personalizzare la costruzione della sanità sulla misura di chi ci abita e di chi la costruisce e non creare moloch burocratici, per non fare cattedrali nel deserto, come tante chiese brutte di oggi, fatte da gente che non abita, ma costruisce e basta. E’ il lavoro del medicante che – come diceva Plauto - diventa mendicante di senso e di virtù, ma anche meditante, su di sé e su ciò che costruisce.

Carlo Bellieni

Chiese brutte su facebook

March 15th, 2017

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Interessante pagina facebook: si chiama “chiese brutte”. Proprio così: è esplosa sul web in maniera virale la pagina che mette in rassegna le chiese più discusse e discutibili d’Italia; e sono molte. Basta dare uno sguardo: da Benevento alle Alpi, da Sassari ad Arezzo, alla statua di Padre Pio-robot, l’Italia è piena di chiese che per chi le costruisce sono “funzionali” alle riunioni, “funzionali” all’economia perché capannoni riciclati, oppure begli oggetti architettonici, ma difficilmente vi si possono ritrovare quei tratti distintivi di un luogo di culto, almeno secondo le decine di segnalatori che giorno dopo giorno offrono ai curatori del sito immagini di chiese perlomeno “strane”. E’ un fenomeno importante, perché mostra come la sensibilità per cosa è una chiesa e per cosa non lo è, sia ancora viva: non è vero che “tutto è uguale a tutto”; non è vero che la chiesa basta sia un “contenitore”, poi va comunque bene. Anche Papa Francesco come prima di lui Giovanni Paolo II ha parlato contro le brutte chiese, spesso in periferia, ma che non disdegnano di apparire anche nei centri delle città. Si badi bene: il problema non è economico, perché spesso si vede che i mezzi non mancavano, e perché per fare una chiesa  atta all’uso basta poco: un tabernacolo al centro, delle immagini di contorno e un po’ di intimità; e basta evitare due cose: il colore grigio-topo del cemento e l’autocompiacimento estetico, ben diverso dalla bellezza pura.

Cannabis: solo un preludio

March 14th, 2017

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Interessantissimo!! Studio americano intitolato “Uso della cannabis e rischio di passare ad altre sostanze stupefacenti e di avere disturbi d’ansia”, pubblicato sulla rivista JAMA il 14 marzo. Questo studio finalmente risponde alla domanda che molti si facevano: farsi spinelli porta poi al passaggio a droghe anche peggiori? E la risposta è inequivocabile: sì.

Lo studio è stato condotto su oltre 34000 persone adulte e pubblicato su una delle più importanti riviste scientifiche mondali. E la risposta è che c’è un rischio 6 volte maggiore di passare ad altre droghe tra le persone che usano spinelli rispetto a quelli che non li usano. Ovviamente i soggetti sono stati controllati per avere gruppi omogenei per età e condizioni anagrafiche e sociali, in modo da rendere lo studio inattaccabile.

Fa riflettere in primo luogo perché ci mostra come fare uno studio demografico per bene; in secondo luogo perché sfata il mito della cannabis buona: la cannabis in sé è pericolosa ma i soliti zuzzurelloni raccontano agli sprovveduti che “smetto quando voglio”… invece…!!

COPPIE MONOSESSUALI

March 12th, 2017

Uomo e donna: la diversità biologica e psicologica

LA DIFFERENZA VALE ANCHE NELL’ADOZIONE

Carlo Bellieni

Un uomo e una donna hanno identiche funzioni e attitudini dal punto di vista psicologico e biologico, in particolare all’interno di una famiglia? E’ una domanda di stringente attualità e medicina e biologia sono d’accordo: c’è qualcosa che nella profonda fisiologia umana distingue l’uomo dalla donna. Domanda pressante e risposta non superflua, dato che oggi si sta parlando del miglior interesse del bambino nell’affidarlo a coppie di genere unico o di genere differente.

Iniziamo spiegando che la diversità comportamentale che tutti notano tra uomini e donne non dipende solo dall’ambiente o dal vissuto individuale, dunque un uomo si può industriare a fare entrambi i ruoli, così come una donna; ma il risultato non sarà pari a quello di una diade uomodonna. Questa differenza, dovuta ai geni e ai differenti ormoni (i maschi hanno alto il testosterone mentre le femmine hanno alti livelli di estrogeni) determina le differenze attitudinali tra uomini e donne come constata, sull’autorevole rivista American Scientific, Doreen Kimura , psicologa: «Uomini e donne mostrano differenze comportamentali e cognitive che riflettono la differenza di influenze strutturali e ormonali».

La professoressa Amber Ruigrok di Cambridge recentemente ha condotto un’analisi di tutti gli studi esistenti in merito e ha mostrato che certe aree importanti nella elaborazione delle sensazioni e della memoria come l’ippocampo e l’amigdala hanno dimensioni diverse nei due sessi. Gregory Jantz riporta su

Psychology Today dei dati interessanti: oltre al già citato diverso formato di amigdala e ippocampo, c’è un centro del linguaggio localizzato bilateralmente nelle donne a differenza di quello maschile piazzato solo nell’emisfero sinistro, con oltretutto minori connessioni neurali tra questo centro e i centri delle emozioni.

Questa differente connessione tra zone della memoria, del linguaggio e della emotività è annotata anche dalla professoressa Ashley Hill sulla rivista Biological Psychology e spiegherebbe le differenze sessuali in questi campi di comportamento. Una rivista specialistica, Biology of Sex Differences si concentra nel merito queste differenze e le spiega: sono differenze comportamentali, fisiologiche e di salute.

Margareth MacCarty sul Journal of Neurosciences analizza le differenze comportamentali tra maschi e femmine delle varie specie, e annota che sono di tre generi: definite sin dall’inizio, progressive e in risposta a stimoli particolari, tra cui annovera la differente risposta al dolore, le differenze nell’accoppiamento, la differente risposta allo stress.

Anche un nostro gruppo di studio ha riscontrato in uno studio sui bambini una diversa reazione al dolore tra maschi e femmine sin dalla nascita ( Journal of Fetal, Maternal and Neonatal Medicine,

2014), ed è bel noto agli addetti ai lavori che alla nascita i bambini maschi hanno maggior fragilità rispetto alle bambine se vanno incontro a gravi malattie, probabilmente perché hanno un diverso sistema di reazione ai radicali liberi dell’ossigeno.

Insomma, il sesso che abbiamo può non piacerci, ma c’è; è legato al fatto che ogni cellula del nostro corpo se è maschile ha un cromosoma Y, e femminile ha al suo posto un ben più grosso cromosoma X, e questo non può cambiarlo nessuno, nessun condizionamento, nessuna scelta. E il sesso determina la differenza in alcuni tratti della salute, del comportamento e della fisiologia. Ovviamente le differenze trovano delle eccezioni, ma queste non invalidano la legge generale e le sue manifestazioni nella media della popolazione.

Quello che oggi si deve discutere invece è se la varietà di genitori in un’adozione sia migliore o peggiore della monotonia: sinora si è data una risposta prevalente e motivata, preferendo non affidare un bambino a un genitore single, non perché non sia in grado di accudirlo (ce ne sono di bravissimi), ma perché mancherebbe al bambino proprio questa varietà psicobiologica. Ma se la complementarietà sessuale è un ‘di più’ per un consiglio di amministrazione (vedi la costante richiesta di quote rosa anche per portare un apporto bilanciato di attitudini di genere), perché dovrebbe essere negata nel caso della famiglia che adotta un bambino, omologando famiglia monoparentale, quella con genitori di ugual sesso, e quella di genitori di sesso diverso? Dalla diversità e dalla complementarietà sessuale tutti hanno da arricchirsi, in particolare il figlio, che al trovarsi con due genitori di sesso diverso ha due attitudini psicobiologiche diverse, cioè viene educato ad una ampia gamma di comportamenti e anche a un rispetto ‘del diverso’, che vedrà attuato nel rispetto che un genitore di un sesso ha verso l’altro di sesso differente.

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Il GURU

March 5th, 2017

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Peter Singer è uno dei più potenti filosofi del globo; docente ad Harvard e autore di numerose pubblicazioni. Esce in questi giorni un suo articolo-intervista dove spiega cose che lasciano interdetti. In primo luogo che, da guru della scuola cosiddetta utilitaristica, espone un principio crudo e angosciante: è favorevole alla tortura di un bambino se servisse a salvarne migliaia. Rifletteteci bene perché è la teorizzazione della tortura e la sottovalutazione della importanza della figura del bambino rispetto all’adulto. Cosa, quella dei bambino come non-persone, che spiega un po’ oltre, “non sono l’unico filosofo che sostiene che uccidere un bambino è diverso moralmente dall’uccidere un adulto”.

Arriva poi a domandarsi il valore della vita di un disabile con un brillante esempio: “Su che basi pensate che la vita di un grave disabile umano con capacità mentali inferiori ad un cane o un maiale sia di valore uguale alla vita di un essere umano normale?”. Perle finali sono l’accenno alla liceità dei rapporti sessuali con animali e il suo endorsement (poteva mancare?) alla liberalizzazione delle droghe, e ovviamente – e con questo conclude - con l’invito a non far figli in nome dell’altruismo.

Considerate ancora un momento, perché qui sta il punto… non si tratta di uno stravagante signore o di un isolato pensatore estremista: questo è uno dei più influenti uomini del pianeta, con seguaci e allievi ovviamente anche in Italia… L’aria che respiriamo sui massmedia è prodotto in buona parte del suo pensiero. Pensateci…

Fake news

March 4th, 2017

{}Carlo Bellieni

Ricordate quando veniva detto che i neonati venezuelani vengono messi in scatole di cartone per l’arretratezza e la povertà di quel paese? Non dubitiamo che il Venezuela passi un momentaccio, ma che quello sia un segno di arretratezza è tutto da dimostrare dato che questa pare sia non solo l’ultima moda in Svezia e Canada, ma che preservi igiene, salute e anche impatto ambientale.

scatola neonati finlandia c

Che strano, vero?, che la stessa cosa venga usata da alcuni per parlare di progresso e da altri per parlare di arretratezza! della serie la verità come mi fa comodo!

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