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Lorenza Castagneri

TORINO - I neonati percepiscono il dolore? Oggi la risposta è sì, ma il mondo della ricerca è giunto a questa consapevolezza in tempi relativamente recenti. «Fino a trent’anni fa il credo comune era che i bambini venuti alla luce prematuri e nei primissimi mesi di vita non sentissero il male provocato da agenti esterni», racconta il dottor Carlo Bellieni, pediatra e docente di Terapia neonatale alla Scuola di Specializzazione in pediatria dell’Università degli Studi di Siena. Invece è vero il contrario. «Più i bambini sono piccoli, più la percezione del dolore è forte e può provocare loro danni», continua Bellieni, che sul tema ha pubblicato diversi studi, l’ultimo dei quali è stato ripreso dalla rivista specializzata Acta Pediatrica.

Le ricerche raccontano che esami quasi innocui per un adulto o per un bambino di qualche anno sono una sofferenza per i neonati. Accade quando vengono sottoposti a un prelievo di sangue, a un controllo agli occhi, a una visita ai bronchi, all’inserimento di un catetere. Ogni giorno i neonati in terapia intensiva subiscono, in media, 10-14 eventi dolorosi. «Il loro organismo - spiega Bellieni - risponde a questi stimoli negativi con un aumento della produzione di radicali liberi, la crescita della pressione arteriosa e di quella del liquido cranico, alterazioni che, se ripetute, possono provocare danni cerebrali».

Come, allora, aiutare i neonati ad attenuare la percezione del dolore? «Oggi - prosegue l’esperto - le tecniche sono varie: il contatto con la madre, la somministrazione di acqua e zucchero, massaggi sul corpo, distrarre il bambino accarezzandolo o parlandogli mentre viene eseguito l’esame, una tecnica detta “saturazione sensoriale”».

L’Italia è all’avanguardia in tema di terapia del dolore per i neonati. Ma bisogna continuare a lavorare. «E’ importante - conclude il medico - individuare nuove modalità di sedazione , sempre più accurate».

LogoAvvenireCARLO BELLIENI

La nascita di un bambino da ‘madre in affitto’ è seguita dal rapido allontanamento del bambino per consegnarlo alla coppia che lo ha commissionato. Ci si preoccupa di diritti del bambino di conoscere i genitori, di possibili ricadute psicologiche. Ma a questi non possiamo non aggiungere i rischi immediati per la salute, di cui purtroppo nessuno parla.

Il primo è l’assenza del latte della mamma. Certamente il bambino nato per procura potrà prendere latte artificiale, ma come qualunque mamma sa non è la stessa cosa. Il latte materno contiene infatti una serie di sostanze protettive che non si ricreano in laboratorio e che, venendo a mancare, espongono il piccolo a una serie di patologie che Alison Stuebe nella rivista Reviews in Obstetrics and Gynecologycosì riassume: «Aumento di infezioni, di obesità infantile, di diabete di tipo 1 e 2, di leucemia e di morte improvvisa».

Il secondo rischio è riportato dalla studiosa indiana Amrita Pande nel libro Wombs in labor: transnational surrogacy commercial in India (Columbia University Press): l’aumento di frequenza di tagli cesarei per questi che sono considerati ‘bambini preziosi’, termine molto criticato ma ben documentato in letteratura; e anche se l’Oms chiede da anni di ridurre i cesarei, qui siamo in controtendenza, col bambino che si prende anche i rischi legati a questa metodica.

Terzo rischio per la salute del piccolo è l’assenza del corpo della mamma, che almeno per il tempo del viaggio verso la nuova casa non troverà un sostituto (e il sostituto non sarà mai come la mamma, perché il neonato apprezza molto più l’odore e la voce che ha sentito durante i nove mesi di gestazione). Il contatto pelle a pelle tra bambino e mamma è uno dei fondamenti della pediatria moderna. Quanto passerà dopo la nascita prima che il bambino ritrovi un vero calore umano? Queste ore o giorni di isolamento saranno un problema?

Studi come quello pubblicato sulla rivista Birth dalla professoressa Bystrova mostrano la possibilità che questa separazione possa avere in futuro ricadute sull’interazione col genitore.

C’è però anche sul versante materno un aspetto da non sottovalutare: dato che il contatto pelle-pelle alla nascita previene – almeno nelle nascite premature – la depressione post-partum, il distacco e l’assenza del figlio potrebbe aumentare i problemi anche per le donne. Ma significativamente della salute delle gestanti a pagamento si sa veramente poco, sebbene costituiscano anch’esse un gruppo da seguire e valutare nel tempo.

Latte materno, contatto con la pelle, voce della mamma, rischi da cesareo: sono punti fermi dell’assistenza ostetrica e neonatologica, che nel caso della gestazione per procura sono messi a rischio, creando potenziali problemi per la salute del bambino. Pensare che sono ‘piccoli rischi’, o che ‘tanto poi passa tutto’, è pericolosa faciloneria, in controtendenza con le attuali linee- guida per la cura del neonato. Certo: non tutte le mamme ‘comuni’ possono allattare, alcune si ammalano e non possono stare a contatto col figlio, altre devono sottoporsi comunque a un cesareo. M si tratta di eccezioni che si affrontano per il bene più grande della salute della donna e del bambino: non possono essere un optional che un genitore sceglie e programma.

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La scienza mostra gli effetti negativi della separazione dalla madre gestante

ilsussidiario.net - il quotidiano approfonditoCarlo Bellieni

All’inizio dell’anno avanzo un proposito per il mondo della stampa e della politica, viste le note di cronaca che già hanno segnato questi primi giorni del 2016. Perché non provano ad uscire dalla logica delle emergenze e aprire scenari a lungo termine?

Abbiamo assistito in questi giorni ai tragici eventi familiari di donne morte in gravidanza, morti che per qualche motivo si sono concentrate in pochi giorni, e abbiamo visto come i massmedia abbiano iniziato una ricerca della colpa di qualcuno; cosa interessante e doverosa –che comunque, se mal amplificata, non aiuta certo a far sentire la popolazione al sicuro in quella che è una delle migliori sanità pubbliche del mondo -, ma non sarebbe ancor più interessante ribaltare il concetto di malasanità dal singolo errore e domandarsi se il modello-azienda degli ospedali, in cui il malato è “utenza”, in cui il medico è “fornitore di servizi” sia davvero adeguato? In cui insomma curare gli altri sembra un lavoro pari agli altri (e non lo è, non lo deve essere, non perché migliore o peggiore ma perché ontologicamente diverso)?

Abbiamo poi assistito all’emergenza smog, e anche qui sembrava di vedere una corsa alla migliore organizzazione del traffico (controllo cittadino o regionale? Targhe alterne o blocco del traffico?), quando il problema di base era che non pioveva e non piovendo il particolato non spariva dall’aria; ma sulla pioggia non ci sono decreti o ordinanze che tengano, e ci si doveva accontentare di piccoli risultati. Piovuto, il problema se ne è andato via coll’acqua piovana, ma non è sparito quello dell’inquinamento e soprattutto dello spreco delle risorse che viene da una scarsa educazione civica all’uso delle fonti di calore meno inquinanti, e soprattutto all’uso parsimonioso che non significa fare i pezzenti ma non sputare sulla ricchezza che la natura ci regala sperperandola.

Per non parlare dell’emergenza-scuola, dove è stato un bene vedere un alto numero di assunzioni, ma un bene forse di corto respiro se non si torna a dare agli insegnanti il gusto di insegnare, ripensando la scuola nel suo scopo, nel suo rapporto con la fisiologia del bambino e dell’adolescente (costretto al chiuso per metà giornata o ad imparare con poca motivazione), e non solo (massimo dell’innovazione!) le forme tecniche di didattica.

Ritorneranno presto, purtroppo, altre emergenze: fiumi in piena o ponti che crollano, e ci ritroveremo a rincorrere il livello degli argini invece di agire sulla deforestazione e la cementificazione irrazionale. Ci troveremo ad essere angosciati dal prossimo annunzio di epidemia catastrofica, come avviene da due o tre lustri in cui l’aviaria o la suina o la mucca pazza, o l’H1N1 avrebbero dovuto far sparire il genere umano a sentire alcuni commentatori invece siamo ancora qui, ma poco si è fatto per educare le persone ad una vera cultura della salute. Ci ritroveremo (ci ritroviamo) alle prese con l’emergenza criminalità o l’emergenza immigrazione. Ma non si potrebbe trasformare la politica delle emergenze in un’emergenza della politica a pensare in grande o almeno su periodi medio-lunghi? Delle facoltà di Scienze della Politica hanno istituito nel presente anno accademico corsi di laurea intitolati alla “Governance delle emergenze”; sarebbe bello vedere dei corsi di “Introduzione alla prospettiva politica a lungo termine”.

Certo, i programmi a lungo tempo costano e qualche volta si rischia che chi li ha iniziati non venga ringraziato perché governi, amministrazioni, direzioni di aziende cambiano rapidamente, e questo frena, se la politica mira al consenso e poco più; ma ameremmo vedere il giorno in cui la politica vorrà usare le forze che ha per guardare oltre e costruire nuove culture, nuove dinamiche, e non solo nuove soluzioni transitorie.

Carlo Bellieni

FIV e peso alla nascita

January 6th, 2016
MMWR Surveill Summ. 2015 Dec 4;64(11):1-25. doi: 10.15585/mmwr.ss6411a1.

Assisted Reproductive Technology Surveillance - 
United States, 2013.

Il gruppo di nati da FIV ha peso alla nascita nettamente inferiore degli altri.

Carlo Bellieni

Grande risalto hanno avuto sui media in questi giorni i casi di morte inaspettata di donne al termine della gravidanza, in importanti ospedali italiani. Eventi evitabili? Comunque, autentiche tragedie. Che ci rimandano a un concetto divenuto oggi quasi un tabù: non tutto nella vita può essere sotto controllo. Per errori, fatalità, mancanza di prevenzione, le tragedie continuano ad accadere e la mentalità post-moderna non insegna a farci i conti se non a posteriori. La gravidanza oggi è diventata una bella sconosciuta: più se ne parla sui giornali, più si lega al concetto errato che sia uno dei tanti eventi della vita, uno fra i tanti che ‘fa status’ ma non deve cambiare la vita, una condizione in apparenza garantita da una pletora di esami e indagini prenatali, e che soprattutto è vietato ipotizzare finisca in maniera imprevista. Purtroppo i fatti di questi giorni ci ricordano che l’imprevisto è in agguato, che la gravidanza non è una parentesi tra altri eventi. Eppure questo non dovrebbe stupirci. La sanità italiana ha un primato mondiale positivo di basse morti fetali e materne. E tuttavia queste persistono, perché in medicina il rischio zero non esiste. Un’indagine appena uscita sul Journal of Epidemiology and Community Health riporta che, pur con un notevole declino dal 2002 al 2010, in Europa il tasso di morti fetali oscilla oggi tra l’1,5 e il 4,1 per mille nati, con l’Italia che si assesta in terza posizione al 2,4 per mille. E i nostri dati di morti materne sono addirittura i migliori al mondo, con 4 episodi ogni 100mila gravidanze (attenzione, però: si tratta pur sempre di 20 mamme morte ogni anno). Lo zero per cento non è raggiunto in nessuna parte al mondo. Colpe?

Possono esserci e vanno appurate, ma va anche ricordato che la vita e la gravidanza non sono la passeggiata che raccontano le pubblicità televisive. Ecco allora due scenari. Il primo è quello di una gravidanza sconosciuta ai più ed esaltata dalla comunicazione come diritto assoluto (quando e come io la decido). Per conseguenza, di fronte a un diritto assoluto qualunque imprevisto (un ricovero inatteso, o una nascita prematura) vengono vissuti non come un evento avverso ma come la lesione di un diritto, come un’ingiustizia, una fonte di recriminazione. E della gravidanza paradossalmente si conosce sempre meno, dato che se ne parla solo quando se ne ricercano applicazioni estreme. Pochi hanno il coraggio di dire, per esempio, che oggi la si vive spesso in modo sbagliato, ipermedicalizzandola, e al tempo stesso sottovalutando fattori di rischio come il fumo o l’aumento dell’età materna (oggi sempre più spesso oltre i trent’anni). Il secondo scenario è che bisogna certamente intervenire in campo sanitario, ma non basta farlo sotto la pressione delle emergenze: occorre agire finalmente in profondità, deburocratizzando gli ospedali che – divenuti aziende – rischiano di trasformarsi irreversibilmente in luoghi in cui non si guarda più il malato con l’attenzione che gli spetta ma lo si riduce a ‘utente’, a vantaggio dell’ottimizzazione dei tempi e dei costi, con esami spesso troppo routinari.

L’errore deve essere prevenuto, e sanzionato quando serve. Al contempo va però creata una cultura sanitaria che non sia solo la lista dei ticket, delle Asl da accorpare e dei punti parto da ridurre, ma racconti al popolo la salute, la gravidanza, la nascita, faccia crescere nei luoghi dove si vive un’alleanza attiva tra medico e paziente, combatta malattia e morte, ormai innominabili in una cultura che si trova a parlarne solo di fronte al dramma.

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January 2nd, 2016
Am J Public Health. 2015 Dec;105(12):2557-63. doi: 10.2105/AJPH.2015.302803. Epub 2015 Oct 15.

Mental Health Diagnoses 3 Years After Receiving or Being Denied an Abortion in the United States.

Rieccoci al solito equivoco; guardando i dati si conclude che chi abortisce il figlio non voluto non ha un danno mentale maggiore di chi invece lo fa nascere. E qui sembrerebbe chiuso il discorso contro chi dice che abortire fa male. Il fatto è che non si guarda l’altro versante: dato che entrambe le scelte danno esiti mentali simili (abortire o far nascere), quale è il vantaggio di abortire, dato che viene concesso per garantire la salute della donna?

Sovrapopolazione: falso mito.

December 23rd, 2015

The science myths that will not die

Tra i vari miti scientifici che sono delle bufale, la rivista Nature riporta anche quello della crescita non sotenibile della popolazione mondiale e i conti fasulli di Malthus. In realtà la crescita non è esponenziale e la fame nel mondo dipende da cattiva distribuzione delle risorse che ci sono e sono sufficienti. Peccato che in Italia nessuno lo abbia riportato.

ilsussidiario.net - il quotidiano approfonditoCarlo Bellieni

Non sono certo  il solo ad essere rimasto colpito e inquietato dal titolo dell’articolo di GIOIA in edicola oggi. Il titolo è questo: “A 40 anni mi regalo un bambino”.

Perché… semplicemente perché un bambino non è un regalo, perché i regali sono orologi, cioccolatini, baci, ma non “un bambino”: inquietante associazione, che fa il paio con l’altro inquietante tema del servizio, cioè l’uso della donna “a distanza” o “surrogata”, per portare a termine una gravidanza, dato che decenni di battaglie femminili hanno portato fortunatamente a capire che come un bambino non è un regalo, anche la donna non è un quid da usare (sia pure volontariamente, sia pure a pagamento) .

Ci inquieta anche altro. Cioè che nel testo, a parte la messa in guardia a non fare “figli riparativi” cioè per frustrazione, non c’è la dovuta messa in guardia che qualunque manuale di fisiologia o di ostetricia fa, cioè che fare i figli oltre una certa età è pericoloso. Certo, pensare che il figlio della donna quaranta-e-qualcosa-enne è un regalo che la donna si fa, non aiuta a pensare ai pericoli che corre. D’altra parte è possibile che un regalo ti faccia correre dei rischi? Invece i rischi ci sono; per conoscerli invitiamo a leggere le riviste scientifiche, o i siti delle associazioni mediche ginecologiche.

La rivista Fertility e Sterility di maggio riporta i rischi ben noti sia per la donna che per il bambino di nascere da una donna quarantenne e oltre, e non sono rischi da poco: prematurità, morte fetale, malformazioni, gemellarità con i rischi che questa comporta, gravidanza ectopica. Gli studiosi autori dell’articolo spiegano  che sui massmedia la metà degli articoli che parlano delle gravidanze quarantenni si focalizzano sulle VIP ; e “eventi negativi, compresa la sterilità e la morte fetale sono raramente menzionati. Il rovescio della medaglia è altrettanto disturbante: che maternità giovani e carriera appaiono  incompatibili; la maternità viene descritta come per forza legata ad assenza dal lavoro, ridotta produttività e ostacolo alla carriera”. Anche la rivista Sexual Reproductivity and Healthcare di giugno, organo dell’associazione delle ostetriche svedesi, mette in guardia dalla banalizzazione che i massmedia fanno delle gravidanze in età avanzata, in un articolo in cui leggiamo: “Le maternità rimandate nel tempo sono descritte positivamente, dato che facilitano il conformismo con le ideologie dominanti a proposito della maternità”.

Nell’articolo di GIOIA, sicuramente scritto con tutti i migliori scopi, leggiamo che “a 40 anni molte donne si sentono ragazze”, o “ la percezione della vita fertile come una endless season”; purtroppo (ma direi anche, ovviamente) quello che percepiamo nei nostri sogni non è quello che percepisce il nostro corpo con i suoi ritmi e i suoi ormoni, con le sue ovaie che ad un certo punto devono tirare il fiato e con un orologio biologico che non si resetta a piacere. La differenza tra quello che sentiamo e quello che siamo talvolta c’è, volenti o nolenti. E i rischi ci sono a non rendersene conto; se non altro il fatto che l’età fa diminuire la fertilità, i figli non vengono a quarant’anni come venivano a venticinque (e comunque non sono una cosa che noi ci regaliamo).

Interessante è leggere su “Io Donna” del 19 dicembre, un servizio sullo stesso tema, in cui si narra un libro di Francesca Fornario in cui “l’Italia della maternità negata è un Paese in cui i giovani desiderosi di diventare madri e padri si ritrovano braccati alla stregua di criminali”, in cui a vent’anni i figli non si fanno ancora e a quaranta i figli non vengono più. Lo vediamo tutti, la società occidentale è strutturata come se un decennio fosse messo in naftalina, congelato, freezerato, il decennio tra i venti e i trenta anni, il decennio dellaMAMME OVER 40/ Mi regalo un bambino: l'inganno del decennio congelato massima attività mentale, delle massime energie, quello in cui sarebbe più facile far figli, creare grandi opere, e invece la pubblicità ci invita a rimandare e il mondo del lavoro ci obbliga a rimandare; e non è un bene, non è libera scelta (se non raramente), non è salutare. Anche perché rimandando, succede un fatto nuovo nella storia del mondo: ogni 100 anni le generazioni non si rinnovano più 5 volte come è sempre stato, ma solo tre, con conseguente alto tasso di sterilità per i singoli e gerontocrazia per la società. E’ l’effetto goccia di miele: la società – da coesa che era -, come il miele diventa fluida, si sfilaccia si allunga sotto la forza della gravità, fino a staccarsi e crollare.

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di Carlo Bellieni

Che i neonati sentano dolore è una scoperta che ha più di trent’anni. Che vengano loro riconosciuti gli stessi diritti degli altri pazienti è cosa ancora in via di perfezionamento. Molti organi di stampa e operatori del settore sono rimasti stupiti dai dati di uno studio pubblicato sulla rivista scandinava Acta Paediatrica, firmato da chi scrive insieme a Celeste Johnston, una collega canadese, nel quale si mostra un paradosso ancora in atto: la lotta al dolore dei bambini ha strumenti raffinati. Ma certi studi vengono ancora eseguiti non tenendone conto. Abbiamo analizzato uno per uno tutti gli studi condotti negli ultimi tre anni (nessuno di questi fatto in Italia), in cui si testano nuovi trattamenti analgesici per eliminare il dolore di procedure ‘minori’, che per inciso non è propriamente un dolore ‘minore’ almeno per chi lo subisce; abbiamo visto confermato quello che già nel 2012 avevo sollevato sulla rivista americana Pediatrics, cioè che in molti di questi studi non tutti i bambini ricevono un adeguato supporto contro il dolore.

Sarà che gli studi usano per verificare il dolore gli stimoli fatti di routine che il bambino avrebbe comunque ricevuti, sarà che ancora in certe zone del mondo il trattamento contro il dolore non è una priorità, sarà che i suddetti stimoli sono ‘minori’ come le punture, tuttavia non è accettabile che quando un trattamento antidolorifico esiste questo non venga applicato. Intervistato da Le Figaro sullo studio, Claude Ecoffey, anestesista pediatrico dell’Ospedale di Rennes, ha sottolineato che questo comportamento è anacronistico perché i neonati sentono il dolore in maniera più acuta rispetto ai pazienti più anziani; e Joe Brierley, per anni presidente del Comitato Bloomsbury di etica della ricerca a Londra, spiega che il suo comitato non avrebbe mai permesso simili studi. Quando vedono questi dati, molti restano perplessi: perché i neonati non hanno gli stessi privilegi di pazienti più grandi? La neonatologa Annie Janvier, con cui ho collaborato in un recente volume su questo tema, ha condotto molti studi mostrando il pregiudizio che esiste tra i medici e gli studenti di alcuni Paesi riguardo la prematurità e i diritti dei prematuri. E questo riguarda vari campi, non solo il trattamento del dolore, ma anche il diritto al contatto con i familiari, un ambiente ospedaliero riparato da stress, o le decisioni di fine vita.

I diritti dei bambini devono sempre e comunque essere garantiti proprio perché non possono farli valere da sé. E il modo in cui trattiamo i più indifesi è un paradigma di come trattiamo poi anche gli adulti. Certo che se taluni filosofi, come ancora accade, continueranno a sostenere che chi non ha capacità di autodeterminarsi non è una persona, o che certi animali sono più ‘persone’ dei bambini, non saranno certo di aiuto alla conoscenza e all’espansione dei diritti di questi piccoli pazienti. Invece il lavoro di tanti medici e infermieri che con pazienza curano giorno e notte i piccolissimi testimonia che questi pazienti fragili e indifesi ricevono le cure che ogni cittadino, ogni paziente e ogni persona merita, anche quando è faticoso, quando certi tratti dell’umano (la parola, la reattività) non sono ancora visibili.

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I bambini appena nati lottano contro la sofferenza fisica, ma la medicina sembra non averlo ancora capito del tutto E i trattamenti specifici non vengono applicati

Gelsomino del Guercio

Le ricerche si moltiplicano per giustificarne l’uso. Il professore Bellieni frena: funghi e spinelli non sono utili, ecco perché non devono sostituire gli attuali farmaci anti­dolore Utilizzare droghe psichedeliche per curare i malati terminali. E’ una prassi che può essere tollerata? Tali droghe si possono in qualche modo come “cure palliative” o quanto meno come modi efficaci di lenire il dolore?

Si stanno moltiplicando gli studi che spingono queste tesi. Secondo queste ricerche LSD e psilocybin, l’elemento attivo dei funghi allucinogeni, non provocano problemi di salute mentali o dipendenza e sono utili per aiutare i malati terminali ad accettare la loro condizione, e persino curare gli alcolizzati (La Stampa, 16 marzo 2015)

PRESUNTO USO FARMACEUTICO Già nel 1938 Albert Hofmann aveva sintetizzato l’LSD dall’ergotamine, e l’aveva fatto per la casa farmaceutica svizzera Sandoz, nella speranza di scoprire applicazioni terapeutiche. In particolare secondo una delle ricerche (condotta in Svizzera), la psicoterapia in associazione con l’LSD può ridurre l’ansia causata da una malattia terminale.

RIDUZIONE DELL’ANSIA In un altro studio statunitense, oltre l’80% di pazienti con disturbo post traumatico da stress hanno visto una riduzione del 30% dei loro sintomi abbinando sostanze psichedeliche alla psicoterapia. Un ulteriore studio del 2014 mostra che una specifica molecola attiva nei funghetti, la psilocibina, è stata efficace nel trattare la dipendenza da tabacco (La Stampa, 24 settembre 2015).

RICORDI PIU’ VIVIDI L’Imperial College di Londra in due studi pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences e sul British Journal of Psychiatry avrebbero dimostrato gli effetti positivi della psilocibina: il principio attivo dei funghi allucinogeni sarebbe capace di diminuire l’attività cerebrale e di aiutare le persone a mantenere i ricordi più vividi.

RIDOTTA ATTIVITA’ CEREBRALE In particolare, gli studiosi avrebbero scoperto che le immagini geometriche e la vivida immaginazione che si sperimentano sotto l’influsso dei funghi psicoattivi non sono, come ritenuto finora, il risultato di un aumento dell’attività cerebrale, bensì di una sua riduzione; fenomeno che potrebbe spiegare la liberazione della mente dai vincoli abituali (La Repubblica, 2012)

ùFRENARE I TONI ENTUSIASTICI «Recentemente abbiamo letto titoli del tipo “Rivalutiamo farmaci psichedelici contro ansia e dipendenze” oppure “La ricerca rivaluta l’Lsd: “Utile ai malati terminali” Si tratta in un caso della sostanza denominata psilocibina,, ma anche del più noto acido lisergico o Lsd», commenta il professore Carlo Valerio Bellieni, che oltre ad essere un autorevole neonatologo, si è anche occupato dello studio di droghe per la terapia del dolore.

SOSTANZE INCONTROLLABILI Per Bellieni «bisogna star attenti ad un dato di fatto: queste sostanze hanno effetti “piacevoli” (e qui le virgolette sono d’obbligo), ma anche dei gravi rischi per la salute; per questo se ne sconsiglia – e se ne proibisce – l’uso. Bisogna anche notare che, nel caso dei funghi allucinogeni, così come nel caso della marijuana, quello che potrebbe essere utilizzato farmacologicamente non è “il fungo” o “lo spinello”, ma un principio attivo accuratamente dosato e purificato, perché “il fungo” e “lo spinello” non sono farmaci, non sono dosabili e insieme ad un principio potenzialmente utile introducono nell’organismo altre sostanze incontrollabili».

NON “APPESANTIRE” IL PAZIENTE C’è da dire, prosegue l’esperto, «che queste comunque sono ancora delle ipotesi primo perché attendono ancora studi che le confermino, secondo perché esistono già buoni farmaci antidolore, e antiansia e invece di cercare ritrovati esotici sarebbe bene utilizzare davvero per i malati quei farmaci noti ed efficaci che già poco si usano purtroppo per tutti. Questo non toglie che, se studi clinici mostrassero la efficacia di questi principi attivi senza appesantire il paziente di effetti collaterali, non ci sarebbe motivo di non usarli: in fondo la morfina può essere usata come droga, ma è anche un ottimo farmaco che i medici si impegnano ad usare al meglio. Certo, bisogna vedere qual è l’intento, ma quello dei medici è solo di curare».

SOSTANZE CHE VANNO DEPURATE Dietro l’angolo, avverte Bellieni, sta «l’agguato», cioè «la falsa equazione che siccome uno dei cento componenti di una cosa fa forse bene, allora la cosa stessa fa bene». Invece no: «funghi e spinelli – evidenzia – non fanno bene e non curano niente. Il tentativo di far passare questa falsa equazione è diffuso, ma bisogna sempre far presente che in primo luogo il loro utilizzo medico è ancora da dimostrare, secondo che solo la sostanza presa in giuste dosi è forse utile e terzo che non è “lo sballo” a far star bene, ma – ripeto – la singola sostanza depurata e dosata che potrebbe avere effetti neurologici utili».

LA PROVA DEI FATTI Per questo, conclude il neonatologo, «bisogna avere molta cautela sia nel non far passare idee sbagliate sulla bontà delle droghe, sia nel non demonizzare i principi attivi quando derivino da una pianta o da un processo chimico che qualcuno usa per fini negativi e illegali: li aspettiamo alla prova dei fatti, quando usciranno studi convincenti»

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