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Scuola: a misura di bambino

June 19th, 2016

Carlo Bellieni

Se la riforma della scuola si riduce a come “scegliere” i professori, siamo nei guai. C’è infatti una falla che nessuno affronta: i diritti biologici degli studenti. La scuola segue lo sviluppo dei giovani o è un ostacolo in più? Dai banchi scomodi alle ore segregati in classe, si aggiunge in questi giorni il danno al sonno con mille conseguenze negative.

Gli esperti dell’American Academy of Sleep Medicine (SAMA) hanno aggiornato le linee guida sulle raccomandazioni per il sonno dei bambini e adolescenti. Stuart Chan del Brigham and Women Hospital, di Boston, coautore delle nuove linee guida spiega che i bambini e gli adolescenti generalmente dormono troppo poco, a scapito di un corretto sviluppo di memoria e apprendimento. Non per vizio o pigrizia ma per il loro ciclo ormonale gli adolescenti si addormentano tardi e i ritmi scolastici li buttano giù dal letto presto, 3-4 ore prima che finiscano il loro ciclo di sonno di 9-10 ore. Senza rischi e conseguenze? Proprio no.

La National Sleep Foundation USA, spiega che l’orologio biologico dei ragazzi rende loro in pratica impossibile addormentarsi prima delle 23:00 e se consideriamo che per essere a scuola alle 08:00 bisogna svegliarsi chi alle 06:00 chi alle 07:00, il sonno si riduce a quello di cui ha bisogno un adulto, non certo un ragazzo; oltreciò, l’American Academy of Sleep Medicine spiega che viviamo in un mondo di luci accese e di videogames/televisori diffusi nelle camere da letto, un invito a fare ancor più tardi ad addormentarsi, il che riduce il sonno di un adolescente che va a scuola a 5-7 ore per notte. Gli fa bene? Certamente no, visto che il sonno non è solo “riposo”, ma momento di elaborazione psicologica fondamentale, e ancor più periodo di crescita e rimodellamento del cervello, dei neuroni, di popolazioni di cellule nervose che senza il giusto sonno possono crescere anarchiche e fuori controllo. Il 45% dei teenager USA ha un sonno inadeguato  e le connessioni con scarso rendimento scolastico e incidenti alla guida sono ben documentati come spiega MH Hagenhauer sulla rivista Developmental Neurosciences.

Dunque dormire è un diritto biologico non rispettato. In Inghilterra si sta introducendo l’ingresso a scuola ritardato, per venire incontro a questa esigenza adolescenziale, ma non basta. Anche far sparire TV e videogames dalle camere da letto non basta, perché è facilmente aggirabile e crea conflitti che si sommano a conflitti. Bisogna rifare dalle basi il mondo scolastico arrivando ai ritmi biologici e per farlo bisogna allargare lo sguardo: da orari e programmi personalizzati  su su fino a ottenere un mondo scolastico tagliato su misura perché chi vive in montagna sfrutti anche per imparare ed educarsi un ambiente e una biodiversità diversa da quella che può sfruttare chi vive in città.

Attenzione, cambiare è possibile, perché è l’istruzione ad essere un diritto per tutti, non “la scuola come la conosciamo oggi” che oscilla tra babysitteraggio e nozionismo. Purtroppo oggi l’una è un sinonimo dell’altra perché i ragazzi non sono una priorità per chi fa le leggi: sono solo consumatori in miniatura da sfruttare e futuri elettori… ma solo “futuri”, dunque non una priorità: la priorità per chi fa le regole è chi vota.

Potrebbe qualcuno obiettare che già il sistema scolastico si è molto piegato e semplificato verso i comodi dei giovani, riducendo programmi, essendo più permissivo e in parte è vero; ma siamo sicuri che si è semplificato nei punti giusti o magari si sono scelte semplificazioni inutili e quelle giuste che invoglierebbero allo studio e alla responsabilità sono ancora lontane a venire? Tanti segnali mostrano che per ottenere successi bisogna rifare il mondo scolastico su basi pediatriche e adolescentologiche perché i ragazzi non sono al mondo per imparare nozioni che giustifichino l’esistenza delle scuole, ma al contrario è la scuola che è creata per assecondare le inclinazioni dei ragazzi (cioè aiutare i genitori a farlo secondo l’art 147 del codice civile). E se questo significa farli stare meno a scuola va bene, o farli entrare a scuola più tardi, va bene, o farli stare di più all’aperto o a contatto di un mondo meccanico a seconda delle inclinazioni o della specificità ecologica locale va bene, sempre che non si divida chi fa cosa su base di reddito o di ceto o di etnia. Ovvio che questo rende le cose difficili in un mondo di genitori che ha i ritmi dell’industria e del lavoro extradomiciliare. Ma è di questo, di creare un paese a misura di bambino, a misura di famiglie e di creare un mondo del lavoro a misura umana - e di cos’altro sennò?- che lo stato si deve occupare.

Ricordate allora l’allarme: il mondo scolastico “industria-friendly” obbliga i ragazzi a svegliarsi mentre stanno invece producendo il massimo del sonno e dunque della crescita cerebrale; vale la pena di sottolineare questo singolo fatto per capire che qualcosa non va e per ritrovare altre decine errori biologici che diamo per scontati nel nostro sistema scolastico: dalla sedie troppo basse, alla postura fissa e sbagliata che inducono, agli spazi ristretti che danneggiano il fisico e la vista e così via, per arrivare agli errori mentali di pesare troppo le nozioni e troppo poco le inclinazioni personali: ogni riforma che parli solo di chi assumere o di quali nuovi nomi dare al nuovo tipo di scuola superiore, è solamente e solarmente inutile.

Ovvero i maschietti sono diversi dalle femminucce…

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Preferences for ‘Gender-typed’ Toys in Boys and Girls Aged 9 to 32 Months

  1. Brenda K. Todd1,*,
  2. John A. Barry2 and
  3. Sara A. O. Thommessen1

Many studies have found that a majority of boys and girls prefer to play with toys that are typed to their own gender but there is still uncertainty about the age at which such sex differences first appear, and under what conditions. Applying a standardized research protocol and using a selection of gender-typed toys, we observed the toy preferences of boys and girls engaged in independent play in UK nurseries, without the presence of a parent. The 101 boys and girls fell into three age groups: 9 to 17 months, when infants can first demonstrate toy preferences in independent play (N = 40); 18 to 23 months, when critical advances in gender knowledge occur (N = 29); and 24 to 32 months, when knowledge becomes further established (N = 32). Stereotypical toy preferences were found for boys and girls in each of the age groups, demonstrating that sex differences in toy preference appear early in development. Both boys and girls showed a trend for an increasing preference with age for toys stereotyped for boys. Theoretical implications of the findings are discussed with regard to biological predispositions, cognitive development and environmental influences on toy preference. Copyright © 2016 John Wiley & Sons, Ltd.

The Golden 1,000 Days

May 9th, 2016

Journal of General PracticeCarlo Bellieni

Link to the free full text

The first 1,000 days, from conception to the end of the second year after birth, are crucial for the future of any human being. They are crucial for health, for the development of diseases, for learning. In this process, epigenetics and precocious sensory development are the principal routes. Several organizations throughout the globe have highlighted the importance of these 1,000 days. The “1,000 Days” initiative was born in 2010 with the backing of the U.S. Government, the Government of Ireland and several nonprofit organizations, and drove greater action and investment to improve nutrition for women and young children throughout the world. This and similar initiatives aim to improve nutrition in developing and in industrialized countries, where problems are different, but the first 1,000 days are equally crucial; these initiatives are highlighted in the text.

LE SCOTTE INFORMA, APRILE 2016

Carlo Bellieni

E’ entrata nelle linee-guida ufficiali della American Academy of Pediatrics la Saturazione Sensoriale, un sistema di analgesia non farmacologica per i neonati creato a Siena, che si è dimostrato essere il sistema migliore per sopprimere il dolore dei neonati durante i tanti interventi quotidiani che provocano sofferenza. Il sistema venne da me creato e presentato per la prima volta nel 2003 al congresso internazionale EURAIBI organizzato propositivamente a Siena dal prof G Buonocore, e quindi introdotto nella pratica internazionale. Il fatto che sia entrato ormai nelle linee-guida di vari Paesi, tra cui l’Italia è un successo senese di chi fatto e di chi ha supportato localmente questi studi passati anche attraverso incomprensioni, come spesso accade, ma che alla fine hanno trovato a livello nazionale e internazionale il giusto riconoscimento. La soddisfazione mia personale di aver creato con dedizione un sistema efficace contro il dolore è sostanziata dal riconoscimento e dal fatto che con questo sistema le stesse mamme diventano protagoniste della cura del loro bambino, agendo attivamente secondo quanto necessario per la corretta saturazione sensoriale. Questo sistema consiste nell’indurre due livelli di blocco del dolore: il primo è a livello del midollo spinale dove viene attivato un blocco ascendente del dolore e il secondo è a livello centrale dove viene indotta la produzione di endorfine, ormoni analgesici. Si tratta di mettere in atto tre tipi di stimolo: cutaneo, vocale e gustativo; l’operatore deve solo avere la pazienza di attendere un segnale dal neonato di arrivo dei suddetti stimoli: l’inizio di una suzione regolare; a quel punto l’intervento doloroso come una puntura cutanea o muscolare diventa indolore, cosa importante perché per il neonato quelli che sembrano interventi dolorosi minori sono invece sconvolgenti dato che il neonato sente il dolore in modo molto maggiore dell’adulto. Oggi il sistema è in atto a Siena nella terapia Intensiva neonatale diretta dalla dssa B Tomasini e nella Pediatria Neonatale diretta dal prof G Buonocore, auspicandone anche a livello aziendale una valorizzazione e una diffusione adeguata al rilievo nazionale e internazionale che ha assunto.

Carlo Bellieni

Embrioni
Nel grembo materno una voce sempre più nitida

di Carlo Bellieni
Negli ultimi anni si è accresciuta la consapevolezza di cosa sia un embrione, pur permanendo stabile il paradosso che si sa cosa è ma non si vuole ammetterlo. Sappiamo che l’embrione è vivo ed è umano ma si continua a volerlo manipolare, a farne cellule da studio. Sappiamo sempre più cose sulla capacità di sviluppo dell’embrione umano e sulla sua fragilità. Il genetista David Hollar spiega come un ambiente embrionale alterato possa segnare per il resto della vita l’espressione del Dna, cosa che dovrebbe mettere in guardia da manipolazioni e sperimentazioni, perché per quanto in teoria qualcuno sostenga che una cellula embrionale possa essere usata per curare, siamo certi che la cellula sarà la stessa dopo averla lavorata in laboratorio? E in che modo sarà cambiata? Sappiamo della bellezza dello sviluppo dell’embrione umano, sia per le possibilità che i ginecologi oggi hanno di mostrare il suo cuore che batte e le sue fattezze (embrione si dice fino a 8 settimane dal concepimento) sia per la ricerca immunologica che va svelando un paradosso meraviglioso: a differenza di qualunque altro corpo estraneo, il corpo materno non rigetta come un trapianto difettoso l’embrione annidato nell’utero, pur non essendone una sua parte. Basterebbe raccontare la bellezza per aiutare tanti a capire cosa abbiamo davvero davanti: un embrione, il cui nome, in maniera significativa, deriva dal greco en-bryon, «che fiorisce dentro». Papa Francesco ha mosso le acque in questo àmbito chiedendo a credenti e non credenti che non si parli di vita prenatale come qualcosa di isolato dal resto della vita e proponendo un impegno più ampio, di difesa della vita infantile, della vita alla sua alba, che comprende il mondo prenatale e quello dell’infanzia già nata. Questo piccolo ma importante spostamento di prospettiva richiama chi ha sempre sostenuto l’importanza di difendere l’embrione a occuparsi anche della cura dei bambini con problemi sociali e sanitari; e chi difende i bambini a farlo sin dall’alba della vita, come già accade con campagne internazionali per la difesa dei 1000 giorni fondamentali, cioè quelli dal concepimento al secondo anno di vita. È un’indicazione paterna, capace di mostrare come la Chiesa non si voglia dimenticare di nessuno, anche quando guarda qualcuno con particolare affetto.
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Strategia perdente

March 20th, 2016

Se posso, faccio una previsione. Oggi tutti si indignano (era ora) per l’utero in affitto. Dato che nel 2006 tutti si indignavano per la fecondazione in vitro e oggi a nessuno pare più un dramma; dato che nel 1975 tutti si indignavano per l’aborto e oggi a nessuno pare più un dramma… direi, con un’approssimazione di sei mesi, che tra due anni l’utero in affitto sarà assolutamente sdoganato. E dovremo ringraziare quelli che oggi sbraitano ma non capiscono che il problema è l’aria che si respira, la cultura che si assimila e la cultura oggi è una cultura di monadi, di soggetti isolati cui viene permesso tutto a patto che non socializzino, non parlino di costruire spazi sociali, opere, solidarietà e di non approfondire scientificamente fino in fondo i vari temi etici. Ma è facile agitare la bandiera da tifoso; meno facile è ricostruire una convivenza sociale o una cultura che non vuole l’uomo sazio e isolato. Tra 1-2 anni, giuro, il dibattito sarà spostato sulla liceità della pedofilia o dell’incesto, questa è la strategia; e i bravi sbraitatori si getteranno su pedofilia e incesto… facendo automaticamente diventare come accettata (perché superata dai fatti e non più da prima pagina) l’utero in affitto. E non è il contrasto tra “sociale” e “etico” ma capire che non si vince giocando solo sul campo dell’avversario e con le sue regole, sempre di rimbalzo, mai propositivi. Meditate e ne riparliamo tra un po’.
NB: Questo non è “pessimismo” ma ricerca di un progetto vincente.

Appurato che nessuno ha il diritto di obbligare nessuno a niente, sulla maternità bisogna fare alcune osservazioni e la prima è che non è vero che maternità o non maternità fa lo stesso e si può fare tutto, perché è un diritto del figlio avere particolari attenzioni in tempo e in intelligenza da parte della sua mamma prima di nascere e dopo nato. Per questo esistono leggi che facilitano la donna all’astensione dal lavoro nel periodo critico della maternità; non per un privilegio, ma per un diritto del figlio. e anche se fosse un privilegio della donna, ben venga perché in un mondo che le donne le relega culturalmente all’immagine dell’utero (”utero in affitto”) o alla lunghezza delle gambe (accendete un momento la TV), almeno un privilegio per bilanciare questo sfruttamento è necessario. Poi pensate pure se in maternità volete stare a casa, fare il sindaco, are un viaggio, lavorare al mercato o in banca; ma per favore non ci raccontino che “con la maternità si può far tutto” perché non è vero. Perché sì, una può partorire, prendere una balia per allattare, un asilo nido precoce per accudire il figlio, ma non è quello che il figlio merita; e nemmeno la mamma.

Urine of Preterm Neonates as a Novel Source of Kidney Progenitor Cells.

Sono state scoperte nelle urine dei neonati premature cellule staminali che potenzialmene potrebbero riparare i reni. E’ l’ennesima prova che non serve andare a sacrificare embrioni umani, ma qualcuno proprio non i vuole sentire anche se finora a nulla il sacrificio di embrioni umani vivi è servito.

logo-avveniredi Carlo Bellieni

Resta impossibile per un pediatra pensare che sia bene per il bambino ritrovarsi allontanato dalla mamma che lo ha tenuto in grembo per nove mesi. Eppure con la maternità surrogata avviene proprio questo, ma ci sono argomenti basilari di puericultura che lo sconsigliano. In primo luogo la mancanza del latte materno dopo l’allontanamento, paradosso nell’epoca in cui l’Organizzazione mondiale della sanità spiega che l’allattamento materno è un diritto per la salute del bambino. Senza latte della mamma aumenta il rischio di allergie, di obesità, di infezioni, e nessun latte artificiale è in grado di sostituirlo perché nel latte materno esistono sostanze antinfiammatorie e antinfettive importantissime; perché il latte materno può essere copiato ma non si potrà mai copiare l’intelligenza della natura che durante una poppata prima fa uscire dal seno latte più dolce per attirare a succhiare e poi latte più grasso per far venire il senso di sazietà, insegnando al bambino a regolarsi.

Il secondo problema è che nei nove mesi si crea un attaccamento (bonding in inglese) del bambino con la mamma attraverso la voce materna e le cose che la mamma mangia; attraverso la dieta della mamma si formano i gusti alimentari del bambino. Ho chiesto ad alcuni dei maggiori studiosi mondiali esperti nello studio dei sensi umani di raccontare cosa potesse provare un feto nell’utero materno dal punto di vista del gusto, dell’olfatto, dell’equilibrio; questi dati («Sento dunque sono», Ediz. Cantagalli) illustrano che il bambino prima di nascere conosce il mondo esterno attraverso le sensazioni che gli arrivano dalla mamma. Questo apprendimento serve al neonato per sapere dove ricercare l’alimento e il calore: alla nascita sa orientarsi con l’olfatto già esercitato prima di nascere per ricercare la sorgente del latte e il calore della mamma, riconoscendone la voce e il profumo che aveva «sperimentato» per nove mesi. Ma se scompare la mamma, cambia l’ambiente di riferimento e l’attaccamento che si era creato entra in crisi; solo un barbaro ragionamento può aver ridotto la donna al suo utero e la gravidanza a un fatto meccanico e non più uno scambio di informazioni e sensazioni tra due attori impegnati a conoscersi.

Il bambino oltretutto viene costretto in gran parte delle gravidanze surrogate a nascere per taglio cesareo, come attesta Amrita Pande nel suo libro «Wombs in Labor. Transnational commercial surrogacy in India» (Columbia University Press): i bambini nati da maternità surrogata vengono identificati come «preziosi » per indicare che sono indirizzati a uno specifico e apparentemente più sicuro trattamento: avranno più indagini in gravidanza e un tasso maggiore di cesarei per essere certi del risultato del prodotto finito; ma i cesarei oltre a essere interventi chirurgici con i relativi rischi, determinano per il bambino un maggior rischio di problemi respiratori e nascita pretermine. Guardiamo la maternità surrogata con gli occhi del bambino: senza il suo permesso viene estraniato da sua madre che ancora porta in sé le impronte del feto (cellule staminali fetali, cambi ormonali indotti dalla gravidanza) e che ha dato a lui stimoli e messaggi col suo imprinting. Ridurre una donna alla funzione del suo utero è una violenza per lei e per chi nascerà.

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di Carlo Bellieni

Parlando a Washington al convegno della prestigiosa American Association for the Advancement of Science, da cui dipende la nota rivista Science, Pascal Gagneux, biologo dell’Università di California, ha messo in guardia: fecondare un ovocita fuori del luogo usuale, cioè la tuba ovarica, può portare rischi a lungo termine. Il ragionamento è semplice: nella fecondazione in vitro l’ovocita è assalito da nugoli di spermatozoi; nella fecondazione tubarica c’è un solo spermatozoo per ovocita, una selezione che lo scienziato definisce «la scelta criptica femminile », che la fecondazione in vitro elude esponendo al maggior pericolo di lasciar passare spermatozoi con fattori di rischio. «Mi sembra un colossale esperimento evoluzionistico: come l’introduzione del fruttosio, o dei fast food negli Usa. Ci sono voluti 50 anni: sembrava fantastico, tutti pareva fossero più alti e più sani, e invece ora siamo la prima generazione più bassa e a che muore più giovane. Ma ci sono voluti 50 anni».

Gagneux si basa sui dati forniti da test su animali che mostrano come, invecchiando, i soggetti nati da fecondazione artificiale mostrerebbero una «sindrome metabolica» se femmine e alterazioni ormonali se maschi. Ma dati su problemi epigenetici e su alterazioni alla nascita erano già presenti da anni nei nati da procreazione medicalmente assistita comparati con la popolazione generale. Basti pensare che i malumori iniziarono a sorgere nel 2002 con le prime analisi apparse sulla letteratura scientifica in Svezia e negli Stati Uniti sui nati da fecondazione in vitro, sintetizzati nella rivista americana Nature col titolo significativo «Trattamenti per la fertilità: semi di dubbio».

Dunque la novità è che ora se ne parla non solo con i dati ma con l’analisi dei dati guardando il futuro. E non è allora un problema di opposte visioni morali: basti osservare il dibattito scientifico in cui, per esempio, gli evoluzionisti, i biologi che si occupano di epigenetica e i neonatologi che osservano le nascite descrivono fattori di allarme. Ecco allora che il criterio scientifico della precauzione entra nel dibattito: mettere le mani, certamente in buona fede, nel processo riproduttivo non richiedeva forse più cautela, più esperimenti su modelli animali e più anni per vedere se negli animali, generazione dopo generazione, avveniva qualche effetto avverso? Tutto qui, come aveva preconizzato il chimico ed ecologista Enzo Tiezzi.

Perché si pretendono giustamente tante cautele e rassicurazioni nel caso dell’esposizione ai campi elettromagnetici o agli Ogm prima di metterli in commercio e invece si vede che gli aggiustamenti tecnici per diminuire gli esiti insoddisfacenti sulla salute nel caso della procreazione medicalmente assistita si fanno in corso d’opera, quando le varie tecniche già sono in commercio?

C’è qualcosa che non va in tanta sollecitudine, quando non persino fretta. Vedere che finalmente se ne parla in un consesso di altissimo livello ci porta a sperare in qualche maggiore cautela: certe volte più che dibattiti sui princìpi andrebbero promossi e compiuti confronti sulla reale efficacia e sicurezza di innovazioni che vanno a interessare la sfera più delicata della vita umana

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