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Olanda, eutanasia news

September 18th, 2016

Capacity Evaluations of Psychiatric Patients Requesting Assisted Death in the Netherlands.

Psychosomatics. 2016 Jun 29. pii: S0033-3182

Non serve un livello elevato di capacità mentale da parte del paziente con disabilità mentale (principalmente con psicosi) perché le sue richieste di morte vengano esaudite. Fa riflettere i ricercatori che tirano queste conclusioni il criterio con cui si accetta una richiesta che deve essere cosciente e informata, fatta da chi ha problemi mentali.

Belgio, Eutanasia montante

September 18th, 2016
CMAJ. 2016 Sep 12. pii: cmaj.160202. [Epub ahead of print]

Euthanasia in Belgium: trends in reported cases between 2003 and 2013

In Belgio la percentuale di eutanasie praticate su malati terminali scende in 10 anni dal 93% all’84%, segnale che non si tratta di eutanasia in questi casi, perché non si aiuta a morire ma si induce la morte. Il tasso di consultazione con le equipe di cure palliative è inferiore alla metà dei casi. Entrambi segnali preoccupanti di un’apertura verso il fine-vita artificiale senza parimenti un’apertura alla consolazione.

Carlo Bellieni

C’è una sola cosa che guida 63mila adolescenti in questi giorni a tentare l’ingresso alle facoltà di Medicina, cui accederanno solo 10mila di loro; c’è una sola cosa che li spinge a studiare per mesi preparandosi a questo strano e contestato esame d’ingresso, ad affrontare almeno 6 anni di sacrifici e fatiche senza nemmeno la certezza di arrivare in fondo (si laureano solo 7 su 10) e di trovare una carriera in una specializzazione (percorso nel quale un laureato su 7 non entrerà, almeno al primo tentativo), iniziando dunque una carriera che potrebbe finire prematuramente, o non trovare a lungo sbocchi lavorativi, come da recenti dati dell’Ordine dei medici. A farli tentare, quest’anno ancora in numero superiore rispetto al precedente, è una promessa. Non una semplice speranza, ma una promessa che hanno assorbito da qualche figura di medico conosciuto, dalla visione di un mondo che diventa sempre più arido, ma che proprio per questo rivela in contrasto zolle di vita in grado di illuminare chi inizia il cammino adulto.

Una promessa è più di una speranza. E la promessa non è di uno stipendio o di un lavoro speciali, ma è di una professione che ha una duplice, peculiare caratteristica: poter vedere il frutto delle proprie mani e poter avere la certezza di essere stati utili a qualcuno. Non è roba da poco, in un mondo alienato, dove si lavora a catena e ognuno fa un pezzetto del lavoro che qualcun altro chissà dove assemblerà, e un altro ancora venderà. Fare il medico non è un lavoro per persone ‘buone’, ma è un ‘buon lavoro’ per la persona, nel senso in cui ognuno vorrebbe vedere il proprio lavoro: cioè non come una sovrastruttura, un modo per creare beni posizionali, cioè futilità solo per contribuire al meccanismo di un mondo che vive per vendere e comprare cose e servizi di cui, in realtà, non sa che farsene.

Ma questa promessa trova non pochi ostacoli: un lavoro utile rischia di disperdersi nei meandri della burocrazia, degli ospedali diventati aziende in cui i pazienti sono utenti o clienti e i medici sono ‘fornitori di un servizio’, di luoghi di cura in cui si moltiplicano regole e protocolli (si pensi al lievitare del Codice di deontologia medica), in cui avvengono fenomeni di burnout (un forte stress lavorativo) e dove accade che la gente si guardi a vicenda con diffidenza. Tutte realtà cui non si può far fronte con ulteriori protocolli o corsi di etica. Nemmeno vi si può porre riparo con il moltiplicarsi di premi o incentivi, perché – spiega lo psicologo Barry Schwartz, autore del libro

Why we work

(Perché lavoriamo) – aggiungere una motivazione (l’incentivo) a un’altra motivazione (il senso etico, l’altruismo, il gusto del lavoro) non raddoppia l’effetto positivo ma semplicemente svaluta quella spinta morale, facendola avvertire come un’opzione e non come un valore.

La promessa che porta 63mila giovani a sedersi sui banchi e tentare di accedere a un futuro arduo non diventerà una bugia se si può mostrare una via percorribile, invogliando i virtuosismi personali e le virtù di ciascuno. «Se vuoi costruire una barca – scrisse Saint-Exupery – non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Questo e solo questo è il compito – duro e faticoso – dei docenti (dei maestri, ci piacerebbe dire) che accoglieranno i 10mila capaci di superare l’esame. Vedremo i frutti.

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Muove tanti giovani verso un esame impegnativo, studi complessi e un futuro arduo la promessa di un lavoro utile in un mondo alienato

Risultati immagini per il sussidiario.netCarlo Bellieni

Leggiamo sul Corriere le parole di elogio del premio Nobel Amartya Sen per il trattamento ricevuto dalla moglie ricoverata in questi giorni al Gemelli. La signora è stata accudita al pronto soccorso con soddisfazione totale (“è fantastico pensare che tutti i cittadini di questo Paese hanno libero e gratuito accesso a cure mediche di altissimo livello, giorno e notte) e queste parole mostrano il lato buono della sanità italiana pubblica, fatta da buoni operatori ma di cui si parla solo (spesso a sproposito) in un solo tono: malasanità. Guardiamo allora con piacere ad un seppur isolato riconoscimento per tanti operatori che hanno passato anni a studiare e che passano giorni e notti impegnati a dare il loro meglio. E in poche parole vediamo di capire quale è invece il punto da “curare” nella nostra sanità pubblica.

Per farlo, partiamo da un esempio. Un bambino alza la mano in classe e chiede alla maestra: “Maestra, ho capito che dobbiamo mangiare cose buone per la nostra salute; ma che cosa è la salute?”. Risposta: “E’ quella che ti manca quando stai male”. “Beh, quando sto male mi mancano gli amici e il parco”. Silenzio imbarazzato che non è colpa della maestra ma del fatto che cosa sia la salute nessuno lo sa. Meglio, tutti credono di saperlo, ma nessuno sa dirlo; peggio di tutti è la definizione dell’OMS che recita “La salute è lo stato di completo benessere psichico, fisico e sociale” cioè un’utopia pura, che fa decadere ogni diritto ad averla (“diritto alla salute”), perché se non esiste la salute, cioè non esiste il pieno e assoluto benessere, chi mai potrà averne diritto?

Eppure sui massmedia la salute è qualcosa che rasenta la perfezione, mentre il bambino di cui sopra era andato più vicino al vero di quanto si pensi. Descrissi tempo fa (Pleasing Desires or Pleasing Wishes? A New Approach to Health Definition. Ethics Med 2009) il termine salute partendo da un’osservazione quotidiana (“quando sentiamo di non avere salute?”) spiegando che abbiamo salute non quando riusciamo ad essere perfetti, ma quando riusciamo a fare le cose di tutti i giorni, che fanno le persone al nostro pari. Questo paradossalmente vuol dire che anche il malato o il disabile (cioè a colui che porterà comunque segni e sequele di una malattia) non è precluso il diritto ad essere sano, purché venga ben informato, mai lasciato alla propria solitudine, non venga illuso, non gli si faccia credere che la salute si ha solo quando si arriva ad ottenere prestazioni fuori dal comune (prestazioni estetiche o di performance: la salute dell’anziano è tale anche se ha le rughe o non corre i cento metri, e calvizie o timidezza non sono malattie!) e abbia a disposizione le giuste cure.

E una salute che spalanchi la porta del quotidiano a tutti è una salute contagiosa, in un mondo in cui tutti invece si chiudono nel mito dell’autodecisione solitaria (“decido io se la cannabis fa bene”, “decido io con Google come curarmi”, “se il medico non mi prescrive la medicina che voglio, non vale niente”) o delle utopie (“se non sono come vorrei, magari una superstar, non sono sano”). Ma c’è un grande ostacolo alla contagiosità della salute: l’aziendalizzazione della medicina. Ho davanti a me un documento di studi sulle aziende sanitarie, nelle cui 40 pagine si tratta delle cure come di un’operazione simile a qualunque altra azienda, in cui non si nomina mai la parla “malato” ma si parla solo di “cliente”; in cui si definisce l’ospedale come qualcosa che genera “la massima salute col minimo costo” (ma il termine “minimo costo” dà sempre uno strano sapore quando si parla di salute di qualcuno).

Aziendalizzazione: il codice medico ai tempi di Ippocrate era un semplice giuramento di 20 righe (il resto era dato dal buon senso), oggi è un libro di 100 pagine, perché si tenta con le norme di sopperire alla virtù, ma - come dice lo psicologo USA Barry Schwartz- quando si sostituisce la motivazione dell’animo umano con gli incentivi o con i protocolli, si compie un’opera antimorale, nel senso che fa passare la persona in secondo piano e nel senso che demoralizza. Le parole di A. de Saint-Exupery, cascano a pennello: “Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave.” Perché il personale sanitario si demoralizza se non ha davanti alti esempi, l’ideale con cui ha iniziato con sacrifici e fatica a studiare e tutto resta un computo di orari, timbrature, protocolli, DRG, mansionari.

Insomma, è contagiosa la salute  se ha due dimensioni: la dimensione di chi cura e che guarda non solo a far sparire la malattia ma a far star bene (a suo agio) integralmente il paziente; e la dimensione di chi viene curato e capisce che la salute non è supermarket di medicine, un rito in cui si pretende o si immagina talora l’impossibile, in cui si chiede talora di uscire dalla realtà o si pretende di curare la solitudine con i farmaci, ma un percorso accompagnato verso il benessere quotidiano.

Carlo Bellieni

Cannabis e psicosi

August 28th, 2016
Lancet. 2007 Jul 28;370(9584):319-28.

Cannabis use and risk of psychotic or affective mental health outcomes: a systematic review.

Abstract

BACKGROUND:

Whether cannabis can cause psychotic or affective symptoms that persist beyond transient intoxication is unclear. We systematically reviewed the evidence pertaining to cannabis use and occurrence of psychotic or affective mental health outcomes.

INTERPRETATION:

The evidence is consistent with the view that cannabis increases risk of psychotic outcomes independently of confounding and transient intoxication effects, although evidence for affective outcomes is less strong. The uncertainty about whether cannabis causes psychosis is unlikely to be resolved by further longitudinal studies such as those reviewed here. However, we conclude that there is now sufficient evidence to warn young people that using cannabis could increase their risk of developing a psychotic illness later in life.

Biol Psychiatry. 2016 Apr 1;79(7):e17-31. doi: 10.1016/j.biopsych.2015.11.013. Epub 2015 Dec 4.

The Role of Cannabinoids in Neuroanatomic Alterations in Cannabis Users.

Abstract

The past few decades have seen a marked change in the composition of commonly smoked cannabis. These changes primarily involve an increase of the psychoactive compound ∆(9)-tetrahydrocannabinol (THC) and a decrease of the potentially therapeutic compound cannabidiol (CBD). This altered composition of cannabis may be linked to persistent neuroanatomic alterations typically seen in regular cannabis users. In this review, we summarize recent findings from human structural neuroimaging investigations. We examine whether neuroanatomic alterations are 1) consistently observed in samples of regular cannabis users, particularly in cannabinoid receptor-high areas, which are vulnerable to the effects of high circulating levels of THC, and 2) associated either with greater levels of cannabis use (e.g., higher dosage, longer duration, and earlier age of onset) or with distinct cannabinoid compounds (i.e., THC and CBD). Across the 31 studies selected for inclusion in this review, neuroanatomic alterations emerged across regions that are high in cannabinoid receptors (i.e., hippocampus, prefrontal cortex, amygdala, cerebellum). Greater dose and earlier age of onset were associated with these alterations. Preliminary evidence shows that THC exacerbates, whereas CBD protects from, such harmful effects. Methodologic differences in the quantification of levels of cannabis use prevent accurate assessment of cannabisexposure and direct comparison of findings across studies. Consequently, the field lacks large “consortium-style” data sets that can be used to develop reliable neurobiological models of cannabis-related harm, recovery, and protection. To move the field forward, we encourage a coordinated approach and suggest the urgent development of consensus-based guidelines to accurately and comprehensively quantify cannabis use and exposure in human studies.

Danni da cannabis

August 28th, 2016
Curr Pharm Des. 2016 Aug 22. [Epub ahead of print]

Brain imaging studies on the cognitive, pharmacological and neurobiological effects of cannabis in humans: Evidence from studies of adult users.

Abstract

Cannabis is the most widely used illicit drug worldwide. Regular cannabis use has been associated with a range of acute and chronic mental health problems, such as anxiety, depression, psychotic symptoms and neurocognitive impairments and their neural mechanisms need to be examined. This review summarizes and critically evaluates brain-imaging studies of cannabis in recreational and regular cannabis users between January 2000 and January 2016. The search has yielded eligible 103 structural and functional studies. Regular use of cannabis results in volumetric, gray matter and white matter structural changes in the brain, in particular in the hippocampus and the amygdala. Regular use ofcannabis affects cognitive processes such as attention, memory, inhibitory control, decision-making, emotional processing, social cognition and their associated brain areas. There is evidence that regular cannabis use leads to altered neural function during attention and working memory and that recruitment of activity in additional brain regions can compensate for it. Similar to other drugs of abuse, cannabis cues activated areas in the reward pathway. Pharmacological studies showed a modest increase in human striatal dopamine transmission after administration of THC in healthy volunteers. Regular cannabis use resulted in reduced dopamine transporter occupancy and reduced dopamine synthesis but not in reduced striatal D2/D3 receptor occupancy compared with healthy control participants. Studies also showed different effects of Δ-9 tetrahydrocannabinol (THC) and cannabidiol (CBD) on emotion, cognition and associated brain regions in healthy volunteers, whereby CBD protects against the psychoactive effects of THC. Brain imaging studies using selective high-affinity radioligands for the imaging of cannabinoid CB1 receptor availability in Positron Emission Tomography (PET) showed downregulation of CB1 in regular users of cannabis. In conclusion, regular use of the cannabinoids exerts structural and functional changes in the human brain. These changes have profound implications for our understanding of the neuropharmacology of cannabis and its effects on cognition, mental health and the brain.

La cannabis non è innocua: in questi articoli si descrive con dovizia di particolare i danni registrati con la risonanza magnetica, in particolare sugli adolescenti.

Sex Effects of Marijuana on Brain Structure and Function. Ketcherside A, Baine J, Filbey F. Curr Addict Rep. 2016;3:323-331. Epub 2016 Jul 7. Review

Trajectories of cannabis use disorder: risk factors, clinical characteristics, and outcomes. Kosty DB, Seeley JR, Farmer RF, Stevens JJ, Lewinsohn PM. Addiction. 2016 Aug 12. doi: 10.1111/add.13557. [Epub ahead of print]

Adolescent cannabis use: What is the evidence for functional brain alteration? Solowij N. Curr Pharm Des. 2016 Aug 5. [Epub ahead of print]

Jakabek D, Yücel M, Lorenzetti V, Solowij N. Psychopharmacology (Berl). 2016 Aug 8. [Epub ahead of print]

Dolore dei bambini

August 19th, 2016
Carlo Valerio Bellieni, Monica Tei, Giuseppe Buonocore

Abstract

Neonatal pain treatment requires personalization, and pain assessment should be contextualized to be effective. Here we summarize the available tools in neonatal analgesia, paying a special attention to highlight the personalization of antalgic behavior, both in assessment and in treatment of neonatal pain.

Apprendimento prima di nascere

August 19th, 2016
J Voice. 2016 Jul 7. pii: S0892-1997(16)30124-2. doi: 10.1016/j.jvoice.2016.06.009. [Epub ahead of print]

Fundamental Frequency Variation in Crying of Mandarin and German Neonates.

I neonati piangono con tonalità differente a seconda della voce materna che hanno sentito prima di nascere

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