Carlo Bellieni parla della famiglia naturale e dell’importanza del matrimonio, temi al centro del prossimo Sinodo di ottobre

Roma, 29 Settembre 2014 (Zenit.org) Antonio Gaspari | 91 hits

Domenica 5 settembre si aprirà a Roma l’Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. Un incontro internazionale di grande rilevanza, attraverso il quale, secondo le intenzioni del Pontefice, si vuole dare seguito a quanto discusso nel Concilio Vaticano II, sanando le antiche fratture e rispondendo con una pastorale adeguata alle urgenze dei tempi moderni.

Le anticipazioni dei media sui temi che verranno discussi hanno già scatenato contrapposizioni tra gruppi diversi, per questo si rischia di creare un po’ di confusione su cosa veramente accadrà durante il Sinodo. Per fare chiarezza sui temi realmente in discussione nell’assise, ZENIT ha intervistato il dott. Carlo Valerio Bellieni,pediatra e saggista italiano, esperto di neonatologia.

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Quali sono, secondo lei, i temi più rilevanti che dovranno essere sollevati al prossimo Sinodo sulla Famiglia?

Due temi su tutti: la definizione di famiglia; e la faciloneria con cui si pensa di poter oggi sposarsi senza riflettere sull’impegno, la fatica, la promessa, e le gioie, le prospettive, le speranze che la famiglia porta. Poi i problemi sociali: le famiglie degli immigrati che hanno dovuto lasciare a casa i figli, le politiche familiari carenti, le tassazioni che non distinguono l’ammontare del nucleo familiare.

Perché?

Primo: se non si riparte dalla definizione, ognuno viene autorizzato a dire la sua: deve esser chiaro che la famiglia non è basata dal desiderio di convivenza, ma di genitorialità con tutto quello che ne deriva dal punto di vista della complementarità uomo-donna e della irrevocabilità: famiglia non è una bella amicizia, un grande amore, un gruppo affiatato di parenti: è altro. Secondo: la faciloneria va curata: sposarsi non è “bello finché dura” e non ci si può sposare in chiesa “per avere una bella coreografia”. Infine la politica che trascura la famiglia non è accettabile.

I media hanno prestato molta attenzione alla discussione sui divorziati risposati e sulla possibilità o meno di accedere all’Eucaristia. Lei cosa ne pensa? E’ veramente questo il tema più rilevante oggi nella Chiesa cattolica?

Bisognerebbe affrontare prima una domanda: non ci si sposa con troppa facilità, senza considerare che se si prende un impegno bisogna soppesarlo prima e mantenerlo poi? All’idea del matrimonio-impegno-serio si è contrapposta negli anni l’idea di matrimonio-magia, legato alle sensazioni-finché-durano. A questo va legato l’accesso spesso superficiale del matrimonio in chiesa. Rifondare la serietà del matrimonio impedirebbe tante separazioni e, come tutte le malattie, bisogna curare le cause e fare prevenzione: pensare solo a limitate corse ai ripari è tardivo.

Calo dei matrimoni, incremento di divorzi e separazioni, culle vuote, diffusione massiccia di pillole abortive…. Tutti mali provenienti dalla diffusione di quella che il Papa definisce “cultura dello scarto”. Un tema su cui lei ha pubblicato recentemente anche un libro (“La cultura dello scarto e la sfida della solidarietà” edizioni Paoline). Che cosa dovrebbe fare la Chiesa per contrastare queste tendenze così distruttive?

Raccontare la bellezza. Riprendere a far cultura sui media mostrando la vita, la bellezza della vita che nasce e che si condivide, la difficoltà della gioventù e la forza di chi aiuta gli altri a vivere; senza rifuggire dal confronto, cosa di cui si era visto un accenno durante il referendum del 2006; ma quanto c’è nei programmi televisivi, nei giornali più diffusi, che non abbia un segno della suddetta cultura dello scarto, cioè un’inneggiare al consumismo che genera rifiuti urbani e rifiuti umani? Davvero pochi esempi. Più presenza nei media, non con “predicozzi”, ma raccontando le mille storie grandiose e normali di vita, di amore, di dedizione. La gente ne ha davvero sete. Perché non si vince andando dietro l’ennesima provocazione: in questo il Papa sta tracciando una buona strada.

Il 19 ottobre verrà beatificato papa Paolo VI, l’autore della Humanae Vitae. Cosa può dirci in proposito?

Bisogna conoscere la strada che porta all’Humanae Vitae, che non nasce da un sentimento dogmatico, ma dall’osservazione della vita; per questo segnalo due bellissime proposizioni-premonizioni che il cardinal Montini scrisse nella lettera apostolica del 1960 “Per la famiglia cristiana” rivolta alla diocesi di Milano: la prima è sul centro della famiglia: i figli: “Oggi il bambino è maggiormente consi­derato come fine del matrimonio, fine primario insegna la Chiesa; ed è assai più curato, più protetto, più assistito, più educato, più amato, che non lo fosse un tempo. La pedagogia moderna è giunta al punto di condizionare la vita dei genitori in rapporto a quella del bambino, e di erigere il bambino, in un certo senso, a loro educatore”; la seconda è l’unica vera invettiva che compare nella lettera, di grande attualità: “La famiglia: guai a chi ne abbassa, o ne deturpa il concetto. Guai a chi diverte il pubblico divulgando le miserabili storie del vizio, e lo affascina illustrando le turpi vicende della mala vita e gli scandalosi amori dei divi e delle dive, come si trattasse di avventure puramente interessanti l’avida curiosità di animi deboli e indifesi!”. Tutte le raccomandazioni di Paolo VI nascono da un amore e un rispetto per il debole: bambino e la famiglia stessa, attaccata e soffocata da mille insidie.

Di recente anche il rapporto annuale delle Coop, ha concluso dicendo che “senza figli non c’è futuro” ed ha invitato il primo Ministro Matteo Renzi a sostenere le famiglie favorendo le nascite. Che ne pensa?

Ogni programma politico che non mette prima i deboli e poi i diritti dei ricchi non è un programma accettabile. E tra i deboli oggi ci sono i giovani che hanno un gravissimo impedimento economico nel far famiglia. Considerato poi che far figli in età avanzata è un grave rischio per la salute, si capisce come l’invito non sia morale, ma sociale.