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I BAMBINI INVISIBILI

Osservatore Romano

di Carlo Bellieni

Il 2 settembre 1990 entrava in vigore la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Vent’anni e un triste bilancio, a leggere la rivista “Lancet” del maggio 2010:  nonostante le dichiarazioni di intenti - vi si legge - i bambini restano ancora “invisibili”. A cosa si deve questo fallimento? Alla mancata attuazione di politiche transnazionali, certo. Ma soprattutto al fatto che respiriamo ovunque propagande antinatalistiche, trasformiamo il figlio in un “diritto”, lo accettiamo solo se è “su misura”, prima che nasca e dopo che è nato. Insomma, il bambino ha diritti solo se è “conforme” e sa scimmiottare gli adulti:  pessima premessa per dei diritti universali.
Ma da dove viene quest’incapacità ad accettare il bimbo come tale? Dal fatto che il bambino - dall’embrione in poi - ci obbliga a riconoscere l’essenza della natura umana che è dipendenza dall’altro:  eresia, nell’epoca che sacralizza l’autodeterminazione solitaria; e obbliga dunque a riconoscere la nostra personale fragilità e dipendenza, cosa che al fondo ci spaventa. Viviamo infatti in una società intimorita dalla stessa idea di “figlio”, come scriveva Bob Dylan in Masters of War (1963):  “Avete sparso la peggior paura:  paura di mettere figli al mondo. Poiché insidiate il mio figlio non nato e senza nome, voi non meritate il sangue che scorre nelle vostre vene”.
È una società spaventata e fobica quella che rifiuta il bambino. La pedofobia si vede in mille segnali. I bimbi una volta erano i padroni delle strade; oggi al massimo li lasciamo partecipare a feste o fare sport quando loro vorrebbero semplicemente giocare. Non c’è più spazio per i bambini neanche nelle case, dato che spesso non è permesso loro toccare nulla e soprattutto non è permesso loro sporcarsi, che in misura giusta serve alla loro crescita. Ed è una società pedofobica perché lascia nascere i bimbi solo dopo che hanno passato esami prenatali di massa, perché li vede come un diritto dei genitori, che arrivano a congelarli quando sono piccoli embrioni ma poi a soffocarli di giocattoli per coprire la propria incapacità di essere presenti, determinando patologie di ansia o di rabbia nei piccoli.
La pedofobia culturale è ben rappresentata da un mondo senza alberi ma pieno di computer, dove le scuole elementari moltiplicano le cose da insegnare come se i bimbi fossero degli apprendisti adulti invece che individui disperatamente alla ricerca del gioco gratuito sociale e creativo; tanto che in Inghilterra rivalutano per le elementari il ritorno a quelle che con ironia chiamano le tre r:  reading, riting, ritmethic (”leggere”, “scrivere”, “far di conto”).
Ma non basta:  i bambini crescono con modelli di affettività alterati da immagini mediatiche fatte per colpire e vendere prodotti, con la libertà massima di fare tutte le esperienze sessuali sempre più precoci ma con il divieto assoluto di pensare a far famiglia e figli. Un terrorismo antinatalista li deruba di vent’anni di vita riproduttiva avviandoli alla sterilità per anzianità. Ci possiamo stupire quindi che in una società pedofobica, che guarda il bimbo come un oggetto e in cui lo sviluppo affettivo degli adulti viene ritardato e spesso alterato da modelli maniacali, proliferino pedofilia e bullismo?
Le carte dei diritti lasciano il bambino invisibile quando non obbligano a un cambiamento di mentalità degli adulti, che sono i primi a considerarsi ingranaggi di un meccanismo produttivo in cui si devono precocemente inserire, in cui ci si sente accettati solo se si passa al vaglio dell’omologazione genetica e culturale. Non stupiamoci allora se non riescono ad accettare il bimbo, il non ancora omologato per eccellenza:  la società pedofobica per sua natura seleziona e discrimina; e se riconosce dei diritti, finisce per riconoscerli in maniera selettiva, pur a fronte di buone dichiarazioni di intenti.
Non ci stupiamo dunque dell’insuccesso denunciato da “Lancet”:  buone dichiarazioni, appunto, ma lanciate in un mondo culturale impreparato. Non si possono affermare i diritti dei bambini senza capire che la prima violenza è la pretesa che l’altro risponda al nostro progetto, certamente una pretesa che va al di là del mondo infantile. Se manca questo, si distinguono paradossalmente i diritti del bimbo non ancora nato da quelli del neonato, e quelli di quest’ultimo da quelli del bambino più grande, e si finisce col distinguere i diritti del bimbo occidentale da quello dei Paesi in via di sviluppo.
La politica deve capire, prima di scrivere carte di diritti e creare politiche per i minori, che essi non sono un riflesso dei desideri dei genitori che generosamente li accettano solo dopo esami genetici prenatali, o cui fanno spazio in città e scuole fatte esclusivamente a misura dei grandi. Il bambino ha pieni diritti umani e il primo diritto è saperlo ascoltare, e capirne le vere richieste, anche quando non può parlare. La violenza - dal concepimento ai banchi scolastici - ha varie gradazioni e sfumature, ma ha una matrice culturale unica:  dimenticare che i figli nascono da noi ma non sono nostri.

August 31st, 2010

Cari bambini vivrete cent’anni e vi spiego perché sarete più liberi

Nell’articolo antioscurantista sul CdS, Edoardo Boncinelli termina così: “Ma almeno nel campo della salute io non ho dubbi: meglio sani per scelta che malati per caso”, sottintendendo che chi non è del suo avviso, ricade nella seconda sfera, cioè di gente che vuole la malattia e ama poco il raziocinio. E chi sarà mai così masochista? Chi non la pensa come lui, cioè noi. Lui tutto, noi niente. Un tempo il laico forte, tipo il Capaneo di Dante, sfidava Dio col binomio sofferenza-razionalità: io soffro perché mi tieni schiavo, ma io ho la ragione dalla mia parte; oggi invece pretende di avere dalla sua parte sia la ragione che la salute (ed è sicuro che chi non la pensa come lui vuole soffrire e darsi all’irrazionalità). Cambiano i tempi

Messina: Rissa in ospedale, sospesi i due medici

Da questo episodio si possono trarre due reazioni: o indignarsi o preoccuparsi. Ci si può indignare perché si presume che il lavoro medico sia una sorta di lavoro sacerdotale, immune da errori e cadute. O ci si può preoccupare perché lo stress tra i medici è davvero alto. In inglese si chiama “burn-out” ed è un misto di disillusione e incapacità di avere rapporti umani decenti, di senso di fallimento e, quarto, di esaurimento psicofisico. La letteratura medica è allarmata da questo fatto, che ha misurato e studiato, e che mostra come il medico sia una persona come le altre, sottoposto a stress, cadute, a imprevisti e urgenze. Certo, c’è medico e medico: quello che sta dietro una scrivania in un ufficio o che si limita a prendere la pressione e dare pacche sulle spalle avrà meno problemi degli altri. Ma chi si trova a contatto con la morte e il dolore, con la responsabilità e con tanta poca soddisfazione, è più soggetto allo stress. Questo non significa scusare chi fa colpe volontarie, ma non ci si deve stupire se recentemente la stampa inglese si domandava “perché i medici sono infelici?”. E’ più facile per certi settori della medicina sentirsi recriminare piuttosto che sentire un grazie. E nella medicina ridotta in “aziende”, non ci si deve stupire che il medico senta sempre meno l’impulso all’abnegazione, che in realtà permane - e ancora diffusa- anche se non va sui giornali.

Benvenuta al mondo, Marisol, figlia dell’amore per la vita

Carlo Bellieni

È fuori pericolo di vita Marisol, la bambina nata da parto cesareo eseguito sul luogo dell’incidente automobilistico che ha ucciso la sua mamma. La bambina non è semplicemente “nata in ambulanza”, come si legge su qualche giornale, ma la dottoressa del 118 ha eseguito un difficile ed eroico intervento chirurgico d’emergenza, per estrarla quando ormai la mamma stava per morire. La differenza non è da poco, perché non si tratta di un prodigio della tecnica, ma di un prodigio dell’eroismo umano. Perché dal punto di vista giuridico nessuno avrebbe eccepito nulla se la dottoressa arrivata sul posto, dopo aver fatto tutto per salvare la donna, come ha fatto, non fosse intervenuta per far nascere la bambina. Nessuno l’avrebbe accusata, perché non era un chirurgo specialista, e per fare un cesareo bisogna essere veterani del bisturi; e nessuno l’avrebbe incolpata per la morte del feto, perché per lo Stato, fino alla nascita, “non si esiste” giuridicamente.

Quindi, in una sanità governata dalla medicina difensivistica, nella quale ognuno è portato ad attenersi esclusivamente al suo “mansionario”, pena accuse di vario genere se per la propria iniziativa qualcosa va storto, questa dottoressa è stata una meravigliosa eccezione. Perché rischiando in proprio ha deciso di operare.

Non è normale dunque fare un cesareo in un’ambulanza; ma questa storia ci racconta qualcosa di più, perché l’intervento andava a salvare un bambino che per tutto il mondo (tranne che per suo padre e sua madre) non esisteva. Ma lei ha avuto l’intelligenza clinica di vedere quello che non si vede, cioè il diritto alla vita della piccola Marisol, ancora non nata, ancora “feto”, e portarla alla luce.

Questo è certo un’eccezione: i casi eroici lo sono per definizione; ma in una sanità in cui gli ospedali sono diventati “aziende”, in cui il paziente diventa “utenza”, e il medico diventa un “operatore sanitario” (una mansione come un’altra evidentemente, dato che esiste anche l’operatore dell’occulto, l’operatore ecologico e via dicendo), ci piace mettere in luce chi prende un’iniziativa per la vita, dato che troppo spesso sentiamo parlare di iniziative su come invece far morire il paziente prima o dopo che sia nato. Pensate invece cosa significa operare, sentendosi addosso una responsabilità positiva, ma anche schiacciante: quanti sarebbero stati pronti ad accusarla se qualcosa non fosse andata nel senso da lei sperato? Eppure si è messa all’opera, come chi si getta nel mare ondoso a salvare una persona che annega e tutti hanno dato per spacciata. E ha salvato Marisol.

Nel panorama mediatico che dedica pagine intere ad ogni supposto errore medico, ignorando invece i rischi, lo stress e le difficili scelte, sarebbe bene che si riprendesse a considerare il medico – come d’altronde chi esercita qualunque professione – come una persona che vive una missione, nonostante possa anche umanamente sbagliare. Purtroppo oggi si sottolinea solo l’errore, forse perché delusi dalla scoperta della fallibilità del medico, sacralizzato a “sacerdote laico” in una società che ha perso l’abc del sacro vero, e si censura l’abnegazione che è più diffusa, ma non fa notizia. Sarebbe allora bene che l’impegno della giovane dottoressa Francesca Gatti e della sua Unità Operativa di 118 di Como venissero riconosciuti e premiati pubblicamente. Glielo dobbiamo tutti.

Minatori cileni e noi

August 24th, 2010

Dal pozzo sotterraneo dove sono rinchiusi dopo un incidente, i 33 minatori cileni si sono finalmente messi in contatto con la superficie tramite un telefono. Sono salvi, stanno bene. Ma resteranno ancora diverse settimane sotto terra, imprigionati. Lo sanno bene! Ma quello che colpisce è: come reagiscono? Sentite le radio sudamericane, o cercate su telesur o Youtube: cantano! Cantano l’inno cileno!. E quando gli dicono che i loro compagni che non sono lì con loro si sono tutti salvati, esclamano in gridi di gioia, applausi! Ma come? Non sono subito insorti a recriminare? A ricercare il colpevole? Fosse successo in europa, ora ci sarebbe una serie di carteggi, di accuse, di lettere e denuncie. Ci sarà spazio anche per questo, certo. Ma per ora i 33 festeggiano! Sembra impossibile, in un mondo che sa solo recriminare, rimestare, accusare, aver paura. Invece loro sono felici di essere vivi. e questo, che dovrebbe essere il primo sentimento con cui ci svegliamo, come insegna il bellissimo film “milagro” di paul Newman, invece da noi è impensabile. Sono strani loro? Sono “arretrati”? No, per niente, perché avranno spazio per farsi sentire: i sindacati cileni sanno fare il loro lavoro. Ma la gioia di essere in vita… che insegnamento per noi che ci scanniamo per un appartamento a Montecarlo o per gli amori estivi di Sanguineti, o per la gravidanza della Nannini. Che altra prospettiva, quella di chi è prigioniero e ringrazia Dio di essere vivo. Non sono poveri fessi: siamo noi che siamo poveri rincoglioniti da usura, lussuria e potere.

 

In Tv il medico non sbaglia mai

 

di Carlo Bellieni

Tv buona dottoressa? è il titolo di un saggio-inchiesta sul rapporto tra televisione italiana e medicina, da poco edito (Roma, Rai-Eri, 2010, pagine 292, euro 18). È una lettura interessante perché mostra in maniera ben documentata l’evoluzione di questo rapporto dai suoi albori sino ad oggi, attraverso l’esame attento delle fiction, telefilm, pubblicità e quant’altro sulle reti pubbliche e su quelle private. Le autrici, Roberta Gisotti e Mariavittoria Savini, mostrano il salto da quella che chiamano “paleo televisione” alla televisione moderna, la “neotelevisione”. Nella prima “abbiamo contato centinaia di documentari scientifici divulgativi” quando “la divulgazione scientifica della Rai era orientata primariamente a svolgere un ruolo didascalico-formativo nei confronti della popolazione generale”; nella neotelevisione, invece, il genere della divulgazione scientifica cede il passo alle trasmissioni incentrate proprio sulla medicina, che “si caratterizzano per la funzione di servizio ai cittadini” cosicché la chiave più diffusa è quella di “dispensare consigli”.
E l’ascolto delle trasmissioni di questo genere passa da 6,5 milioni di telespettatori nel 2001 a 8,8 milioni nel 2005. Nel caso della televisione commerciale invece “la medicina resta un argomento assolutamente marginale, se non associato, a partire dagli anni Novanta, a un concetto di salute mirato soprattutto al raggiungimento di una forma fisica soddisfacente”, seppur con eccezioni.
Puntualmente il libro descrive i programmi non risparmiando certo critiche quando necessarie, ma soprattutto riportando le valutazioni emerse sulla stampa, ed elenca le numerose soap-opera e telefilm programmati sulle reti televisive, da ER Medici in prima linea, a House MD, da Scrubs, medici ai primi ferri a Csi, Scena del Crimine. Arriva quindi a parlare dei programmi di medicina-intrattenimento, tra cui quelli in cui si viaggia con un eccesso di disinvoltura tra i ritocchi della chirurgia estetica:  da Extreme Makeover a Bisturi, Nessuno è perfetto, il primo sospeso precocemente, il secondo noto per le polemiche suscitate. Insomma, una disamina attenta e utile, che ci obbliga a domandarci:  a cosa si deve il proliferare di medicina in tv, in un’epoca in cui il servizio sanitario è gratuito, capillare e spesso di ottimo livello? Da dove nasce la sete di medicina televisiva? Il fatto è che viviamo in un’epoca di somma incertezza e paura, e trovare una trasmissione ben confezionata che ci porta in casa lo specialista ci fa sentire una sorta di tocco magico, di parola di conforto di cui la popolazione evidentemente ha bisogno.
Sentire un medico - vero o finto - parlare di malattia in tv sopperisce a tre necessità:  la semplice curiosità, in un mondo di persone sole che amano interessarsi a problemi altrui per non pensare ai propri; vedere qualcuno che soppesa e prende sul serio i nostri mali, dato che la gente vorrebbe un rapporto col medico quasi esclusivo, amichevole, che talora manca; e il bisogno di esorcizzare il male, dato che quello che vediamo sullo schermo resta distante, e sappiamo dominarlo cambiando canale. La lettura del libro ci mostra anche altro:  la figura del medico, che la medicina moderna voleva burocratizzato, ridotto a lavorare in ospedali divenuti “aziende”, non a contatto col malato ma con l’”utenza”, viene ancora mitizzata in un’aura di sacro, certamente fuori luogo, ma comprensibile in un’epoca che ha perso l’Abc del sacro vero.
E questo lo vediamo dal fatto che l’unico tema tabù nelle varie fiction non è la morte o il dolore o il sangue, che sono sparsi a vagoni, ma un tema più banale:  l’errore. Nelle fiction il medico non sbaglia mai, e se sbaglia c’è sempre qualcuno che ripara.
Nelle fiction il medico non può sbagliare, perché immediatamente diventa un attentatore alla sacralità della sua opera, svela che l’opera sua non è pseudo-divina, come dicevamo prima, e questa scoperta terrorizza. Anche per questa serie come Crimini bianchi, che denunciava forse in modo “fuorviante” gli errori medici, o come Medici miei, parodia di tutte le serie dedicate a dottori e ospedali, ebbero un successo molto scarso e alimentarono moltissime polemiche.
Insomma ci piace sentirci rassicurare, sapere che la medicina arriva là dove arrivano le nostre speranze; e ci piace sentire qualcuno che è sicuro di sé, che non sbaglia, che salva.
In realtà, spiegano bene le autrici, la medicina reale non è così, e riportano molte opinioni tutte o quasi concordi sul fatto che l’attività del medico non è quell’esplosione di adrenalina, di bellezza e onnipotenza che si vede nelle fiction, né quella sobria e ieratica dell’”esperto” di turno:  spesso è fatta di lunghi colloqui, di attese, e anche di umani sbagli.
E di morte, perché anche là dove si prendono decisioni in trenta secondi, come nelle rianimazioni, l’esito non è quello salvifico che vediamo in tv. D’altronde, le serie tv più che dei racconti sono delle favole; e più sono belle, come nel caso di House MD o di Scrubs, più manifestano chiaramente il loro intento didascalico, fantasioso e profondo.
Forse è per questo che l’unico “errore” che possiamo notare nel libro è un lapsus, quando attribuisce come autore alla serie Dr. House MD, invece di David Shore, sir Arthur Conan Doyle, che invece è il creatore di Sherlock Holmes:  altra favola, stessa bellezza.

(©L’Osservatore Romano - 20 agosto 2010)

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I “surrogatti”

August 16th, 2010

Ritornano le polemiche sull’alimentazione a base di gatti… che non ci stuzzica certo l’appetito, e che ci disturba un po’, ma che ci obbliga a pensare, se non siamo miopi, che cavalli e rane, lumache e agnellini se potessero leggere e pensare direbbero: “Perché loro no e noi sì?”. E non è una domanda animalista, ma di pura logica. Come rispondere a questa semplice questione? Non certo dicendo che il gatto soffre e gli altri no: non ci sono differenze di sensibilità che tengano. Allora bisognerà ricorrere ad altri sofismi che qui non elenchiamo, ma che sottendono due problemi di base. Il primo è che è in atto una gradualizzazione del valore della vita sulla terra, che non ammette un salto di valore con l’essere umano al di là di un muro e dall’altra parte tutti gli altri. In realtà si cerca di far passare l’idea che ci siano animali “più uguali”, ma non col paradosso orwelliano “più uguali degli altri”, ma con paradosso parabiologico “più uguali all’uomo”, implicando due errori cioè che geneticamente gatto o scimmia siano più simili all’uomo che non il cane o il bue, cosa che scientificamente non è giustificata (le differenze in DNA sono minime e le differenze in bellezza sono lasciate ai “gusti” personali); l’altro è il paradosso che, per chi non crede che l’uomo abbia in sé un valore proprio,  il valore degli altri animali venga commisurato in ragione della similitudine dell’uomo. Perché questo “specismo” nei confronti del gatto, e non del cavallo di cui ci si ciba senza problemi? Credo che la risposta sia nella diffusione del gatto come animale di compagnia, molto maggiore del cavallo come animale da lavoro o da sport. E nel fatto che, mentre l’affetto per il cavallo era ben presente nella gente nei secoli scorsi, in cui era ben chiaro il valore speciale dell’uomo, l’affetto per il gatto nasce in un’epoca in cui il valore dell’uomo è messo in dubbio e soprattutto il gatto è diventato una sorta di figlio adottivo. Non si vedono in TV le pubblicità di cibi per cavalli da ristorante a 5 stelle: i cavalli, fortuna loro, continuano a mangiare biada e crescono sani e forti. I cavalli, fortuna loro, non girano agghindati con fiocchi rosa e lilla, mentre questo si riserva ai gattini. I bambini oggi sanno bene che non possono chiedere un fratellino, e allora chiedono in sostituzione un gattino, un criceto, un cagnolino. Le coppie giovani spesso pensano a comprare prima un gatto o un cane piuttosto che fare un figlio. Il gatto è il bambino surrogato, di cui ci si accontenta, che si coccola e vezzeggia. E’ un bene? Ognuno può rispondere secondo la sua sensibilità. Ma occhio a chiamare le cose col loro nome e ad amare gli animali, riconoscendo quando sono… “surrogatti”.

Osservatore romano 4 agosto 2010

di Carlo Bellieni

La rivista americana “Liver Transplantation” ha pubblicato in questi giorni un interessante studio fatto da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa e del centro trapianti di fegato dell’università di Pisa, diretti dallo psicologo Franco Bonaguidi, sul rapporto tra la religiosità del paziente e la sua eventuale guarigione dopo un trapianto di fegato. Indagando con un apposito questionario su 179 pazienti, lo studio mostra che il livello di sopravvivenza è maggiore in quelli in cui il fenomeno “religiosità” è presente in maniera attiva, cioè non come puro fatalismo o passiva attesa, ma come chiara domanda di guarigione.
Non è il primo studio che si interroga su questo rapporto. Per esempio sulla rivista “Psychology and Health” di febbraio 2010 veniva mostrato come la religiosità provochi una significativa riduzione della mortalità generale; e sulla rivista “Biology of Blood and Marrow Transplantation” di agosto 2010 uno studio di psicologi statunitensi mostra come l’assenza di spiritualità nel paziente aumenta il rischio di morte dopo il trapianto di cellule ematopoietiche.
Lo studio italiano aggiunge però ai dati già noti un utile confronto tra gli effetti della religiosità attiva e di quella passiva e mostra come solo la prima abbia una relazione con un esito positivo della malattia, addirittura nonostante che i pazienti nel primo gruppo fossero meno giovani degli altri, dunque potenzialmente meno reattivi e forti.
Il pregio di questi studi è evidenziare come esistano delle risorse nell’essere umano che trapassano i limiti delle nostre previsioni. Certamente l’atteggiamento genericamente definibile come “religioso” e quello, in particolare, di maggior fiducia in un intervento trascendente hanno delle conseguenze che introducono una “marcia in più” nel vissuto della persona. Questo è un dato positivo, perché mostra come l’uomo trova nell’atteggiamento di ricerca del trascendente non un ostacolo, ma un forte alleato.
Il problema però si pone se la sottolineatura dell’effetto psicologicamente positivo della religiosità diventa così forte da confondere l’intervento soprannaturale con l’effetto fisiologico. In altre parole, possiamo dire che “la religiosità fa bene alla salute”, ma dobbiamo anche dire che “l’intervento di Dio non si può considerare limitato all’effetto fisiologico che la nostra religiosità produce”, ovvero che l’effetto della preghiera e l’intervento trascendente di Dio non si limitano agli effetti determinati dalla nostra psiche:  possono agire anche attraverso di essi, ma l’azione miracolosa può essere anche ben altro.
Sottolineare, come d’altronde è giusto fare, gli effetti psicologici della preghiera e le conseguenze di questi effetti psicologici sulla salute, può insomma far pensare che il “potere” della preghiera non sia di origine divina ma immanente. In questo non aiutano certi studi fatti addirittura per “misurare” gli effetti sulla salute delle “preghiere di intercessione”, studi in verità numerosi (vedi la rassegna Intercessory prayer for the alleviation of ill health, del “Cochrane Database of Systematic Reviews” del 2009), con risultati contrastanti, ma che hanno al fondo la pecca di pensare che gli effetti della gratuita misericordia di Dio siano misurabili, e di voler verificare l’improbabile principio che “chi più prega più ottiene”; addirittura confrontando se si ottiene un maggior beneficio per la salute dividendo a caso i pazienti in modo che solo alcuni selezionati ricevano le preghiere e altri non le ricevano (A randomized, controlled trial of the effects of remote, intercessory prayer on outcomes in patients admitted to the coronary care unit, “Archives of Internal Medicine”, 1999).
Ben vengano allora gli studi che mostrano quanto di misterioso sia racchiuso nell’animo e nella psiche umana, come fa lo studio italiano, e che evidenziano come l’animo e la psiche abbiano da guadagnare anche fisiologicamente dalla religiosità. Ma attenzione a non ridurre la religiosità a un meccanismo di cui si vede e si cerca solo un automatico riscontro sulla salute o sulle nostre legittime richieste.

Cani abbandonati

July 31st, 2010

Arriva l’estate e arriva il tormentone, peraltro apprezzabile, di non abbandonare i cani sulle autostrade o nei boschi. Richiesta condivisibile, ma che ci fa domandare da dove venga tanto amore per gli animali in un’epoca di poco amore per l’uomo (per i bambini, poi…). Avere un animale domestico, membro della famiglia a tutti gli effetti è un’idea carina ma molto recente. Fino alla ultima guerra era un vezzo che si poteva permettere solo qualche riccone e nemmeno tanti: il cane era un infestatore delle campagne e dei boschi poco meno del lupo, con l’unica differenza che si riusciva ad addomesticarlo come si fa con un cavallo e usarlo per la caccia o per sorvegliare un gregge. Il gatto poi, inaddomesticabile, viveva nelle case solo al fine di far sparire i topi. Erano due parassiti, che viveno nella loro dignità animale con l’uomo per il fatto che erano utili reciprocamente. Riguardo gli altri animali, nessuno si faceva scrupoli ad ucciderli per alimentarsi. Oggi le cose sono cambiate: cani e gatti sono parte della famiglia, e per il resto degli animali ce ne alimentiano solo a patto che nessuno ci dica che la ciccia che mettiamo sotto i denti era prima un vitellino o un pesce guizzante. Altrimenti orrore! Addirittura oggi si fanno gare di pesca in cui il pesce viene ributtato vivo in acqua dopo esser stato esibito come trofeo e tutti sono contenti senza pensare che per essere pescato il palato del pesce è stato sbranato con un amo di acciaio, che lui è stato strappato a forza dal suo ambiente. Addirittura è capitato di sentire un giornalista che, commentando un fatto di cronaca in cui un pastore aveva ucciso un lupo per difendere un agnellino, si esprimeva così: “Come era bello quel povero lupo. E come era brutto il pastore”. E’ un amore per gli animali che nasce dalla consapevolezza che l’amore per gli uomini/donne non è meccanico, che si può essere traditi, che bisogna sacrificarsi per esso, che non è detentivo, e dal rifiuto - per paura, per debolezza - di quest’evidenza, con conseguente ricaduta del nostro bisogno di amare sui quadrupedi che invece tante pretese in apparenza non ne hanno, non possono scappare se non a loro scapito, e possono essere tenuti loro malgrado chiusi in casa mentre sarebbero ben lieti di correre lontano mille miglia, ma non sanno lamentarsi o perlomeno non si fanno capire. E vengono ridicolizzati dall’uso di antidepressivi o ansiolitici per animali, che sono il patetico rimedio di non farli esprimere nella loro animalità, e di farceli sembrare meno dis-umani per sentirci noi meno cattivi. E sia arriva al paradosso nella via dei diritti degli animali: addirittura oggi esistono - giustamente - regole per l’obiezione di coscienza per i biologi contro gli esperimenti sugli animali, in un mondo però che cerca di non riconoscere l’obiezione di coscienza dei farmacisti e dei medici verso l’aborto. E si danno diritti speciali ai “grandi primati non umani” (gli scimmioni), solo perché “assomigliano geneticamente all’uomo” cosa discutibile, perché la differenza genetica tra un uomo e un gorilla e tra un uomo e un criceto è minima (la differenza vera è ben altro), ma allora si tratta solo di una differenza fisica che genera questo comportamente “specista”, cioè di animali trattati meglio degli altri su base di “razzismo di specie”, implicando che più si è simili all’uomo più diritti si hanno, in un paradosso stranissimo dato che la società che dà più diritti ai gorilla è quella che ammette che l’uomo non se ne differenzi se non per motivi casuali di evoluzione (e non si capisce su quale base si metta al culmine dell’evoluzione l’uomo e non il gabbiano che, sinceramente, mi pare più armonico! Magari non ha autocoscienza, ma voi la conoscete la coscienza di un gabbiano?) Già, perché questo fatto dell’evoluzione ha tanti punti oscuri, ma finisce stranamente per essere la giustificazione che al culmine della catena evolutiva e dunque della natura e del potere ci sia (vedi tutte le raffigurazioni delle scale evolutive) l’uomo, ma non “il genere umano”, ma il maschio, e il maschio bianco. Non abbadonate gli animali, per carità, e trattateli bene! Ma non fateli sembrare dei bambini o dei mariti o delle mogli per la vostra incapacità di avere rapporti con figli, mariti e mogli.

Il 6 luglio è una data che vergognosamente non portiamo a bandiera. Non bandiera di puritanesimo, come ci è stato insegnato da una tradizione spesso piagnucolosa, ma bandiera di forza e dignità. E’ il giorno del riscatto della dignità della donna offesa dalla violenza omicida, della ribellione alla violenza sulle donne; è la giornata per eccellenza anti-pedofilia, in cui svetta la figura di una bambina di 11 anni che un adulto voleva stuprare. Eppure, facciamo passare questa data come quella della bella figurina, di una forza che pesantemente mascheriamo da caricatura, di una risposta alla violenza che mascheriamo da vignetta, tanto che diventa oggetto di risata e scherno. Ma è la  data di un fatto avvenuto 100 anni fa, quando una bambina stava per essere stuprata. Una bambina non riluttante, paurosa, imbranata, superstiziosa come è stata disegnata anche da tanto bigottismo e puritanesimo, ma una bambina forte e nerboruta, piccola e grintosa che sapeva chi amava e quello che voleva; e per questo è stata ammazzata a coltellate. E’ vergognoso non ricordarlo in quest’epoca di pedofilia sociale e societaria, epoca di violenza alle donne. Era la piccola Goretti Maria. Chi ce l’ha additata come esempio, prevedeva i nostri tempi, e condannava la società e la cultura di odio ai piccoli, di sfruttamento dei piccoli, di reificazione dei piccoli divenuti capriccio e oggetto.

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