Carlo Bellieni
Il feto già riconosce la voce della madre quando ancora è nel pancione. Questo è quanto mostra uno studio francese – il primo autore è Renaud Jardri -pubblicato sulla rivista International Journal of Developmental Neurosciences di aprile. Questa capacità è stata mostrata con l’uso di raffinate tecniche di risonanza materna, che registrano l’attivazione della corteccia cerebrale temporale già dalla trentesima settimana di gestazione. E uno studio canadese fatto al Kingston General Hospital mostra che il battito del cuore si accelera nel feto quando sente la voce della mamma. Cosa impara da questi studi chi accetta di non avere pregiudizi? In primo luogo che la scienza è un’apertura alla bellezza: cosa c’è di più bello di vedere uno spettacolo normalmente nascosto come quello della vita prenatale, per millenni restato nel mistero del buio uterino? Il secondo punto è la chiarezza che il feto è davvero un bambino, e che reagisce, ricorda, impara proprio come un bambino già nato. Dentro l’utero c’è un universo in rapido sviluppo: è il mondo della nostra vita prenatale, come ricordava a suo tempo anche Pier Paolo Pasolini, che ricordava alla sinistra come si era allontanata dal sentire del popolo per seguire le sirene di un egoistico individualismo. Il feto in sviluppo sente le voci, i sapori, gli odori, e anche il dolore se disgraziatamente gliene facciamo. Proprio per questo si è sviluppata anche l’arte di somministrare analgesici al feto durante gli interventi chirurgici che può subire prima di nascere. Già, perché il feto può anche essere curato chirurgicamente, in un paradossale susseguirsi di stati: dalla vita fetale a quella all’aria aperta seppur attaccato al cordone ombelicale quando si opera, e poi ancora vita fetale, fino alla nascita naturale. Chi suppone che la vita inizi alla nascita ha il suo bel daffare per giustificare questo paradosso di una non-vita che diventa vita, poi torna non vita e poi ancora vita… Proprio come accade per il feto di canguro che esce dall’utero e nasce, ma poi torna a passare la seconda parte della sua vita fetale nel marsupio, fino alla seconda nascita. Paradossi che ci fanno riflettere: la nascita non cambia proprio niente nello stato morale e davvero poco nello stato fisico di un individuo, perché la vita è un continuum sin dal concepimento, e perché solo una grossolana disattenzione ci fa pensare che la vita fetale sia una vita “in sospeso”, o “in un lungo sonno”, mentre è piena di sensazioni, utili sia a modella re il sistema nervoso sia a preparare alla vita all’aria aperta. Proprio per questo esistono addirittura dei corsi di educazione prenatale, che aiutano le mamme a prendere coscienza di questa evidenza e soprattutto a sfruttarla positivamente, entrando in contatto col loro bambino prima della nascita tramite il canto, il massaggio attraverso il pancione e alla capacità di sentire i movimenti di risposta del feto. Che consolazione per tante donne scoprire di avere in sé questa compagnia, forse una delle poche persone (è una personcina!) che ti amano non per come sei ma semplicemente perché ci sei! Come ho detto in arie occasioni, è proprio il caso di cancellare la parola “feto” dal nostro vocabolario, perché è un termine stigmatizzante quel livello del nostro sviluppo che si vuole tener distinti dagli altri perché non gli viene riconosciuto pari diritti rispetto agli adulti. La parola “feto” originariamente significava “cucciolo” tanto che viene da una radice sanscrita che significava “succhiare”. Poi nel tempo, soprattutto negli ultimi 50 anni si è diviso drasticamente il prima-della-nascita dal dopo. Sarebbe bello se l’utero fosse trasparente, ma con le ecografie e con la scienza in pratica lo è diventato: che guaio per chi sostiene che il feto non è “qualcuno” ma è “qualcosa”!
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Due articoli apparsi sul progressista “The Independent”, Mostrano un’altra faccia della fecondazione in vitro, quella che sui giornali italiani vediamo tanto di rado. E se qualcuno tentasse di prevenirla la sterilità, invece di far sembrare la FIV come unica soluzione? E la sterilità in buona parte si può prevenire e annullare, ma nessuno ne parla.
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E’ VIta (Avvenire) 10 maggio 2012
Carlo Bellieni
Sarà un caso, ma mentre all’estero ne parlano tutti, in Italia sembra che il problema non debba esistere. Ma i dati ormai parlano chiaro: in media i bambini nati da fecondazione in vitro (Fiv) hanno più rischi di malformazioni e anomalie congenite della popolazione generale. Già questo dato era stato mostrato da tanti studi, analizzati nel luglio 2007, dalla rivista Lancet che concludeva che i bambini Fiv hanno un 30% di rischio in più di altri di nascere con anomalie fisiche di vario tipo. Ora uno studio pubblicato nel New England Journal of Medicine mostra che il tasso di malformazioni nei bambini nati da Fiv è dell’8,3%, di cui quelli nati con la tecnica Icsi è del 9,8%, mentre nella popolazione generale è del 5,6%. Inoltre, per la Icsi il rischio sembra legato più alla tecnica che ad altri fattori predisponenti. Lo studio riguarda 300mila nascite ed è stato eseguito in Australia. Anche uno studio dall’altra parte del mondo, fatto da studiosi iraniani, mostrerebbe che nei nati da fecondazione in vitro c’è circa più del doppio di malformazioni rispetto alla popolazione generale: il 7% rispetto al 2-3%.
Sono dati che necessitano di una precisazione: più del 90% del nati da Fiv non ha malformazioni e anche di quelli con malformazioni la maggior parte non ha un impatto sulla salute; lo sottolineiamo perché non vogliamo dare queste informazioni per spaventare (i dati ognuno li interpreti come vuole), ma per sottolineare una domanda di metodo: è bene mettere in commercio una tecnica che ha questi rischi? Ed è bene che i genitori accettino il rischio stesso, come se le conseguenze eventuali le portassero loro e non in primo luogo il figlio? Se questo livello di insuccessi fosse stato mostrato scientificamente per interventi medici meno osannati dai mass-media e dalla politica, certo si sarebbe preteso un livello di cautela e di precauzione massimo con azzeramento dei rischi: tanta fretta invece ci pone vari interrogativi.
L a raccomandazione a non esagerare con l’ingresso della medicina nelle profondità della vita non è solo un consiglio morale perché la vita non è nostra; dipende anche dal fatto che queste profondità come scatole cinesi: una ne porta un’altra in sé, in un cammino senza fine. Chi conosce in fondo il Dna? Forse qualcuno pensa di aver capito davvero come funziona dopo averlo mappato? E non pensiamo che al problema grave della sterilità si debba rispondere con più prevenzione – che invece latita – e non solo con le tecniche di laboratorio? La manipolazione dell’embrione sembra essere davvero un rischio per la sua salute. Già ecologisti come Enzo Tiezzi avevano messo in guardia sull’ingresso tecnico nel Dna, il motore della cellula e dunque dello sviluppo umano. Ormai sappiamo che l’ambiente non lascia indifferente il Dna, ma addirittura la luce o le variazioni in concentrazioni di ossigeno o del terreno di coltura possono alterare il modo in cui il Dna «parla». Si chiama epigenetica ed è una nuova branca della biologia, e inizia a spiegarci certi rischi che riscontriamo.
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Mica solo in CIna… anche da noi silenzio sul presunto uso di ridurre in polvere i feti umani e mangiarli. Già: per chi sostiene che un feto non è “qualcuno” ma “qualcosa”, come condannare chi lo usa come la marmellata?
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Reproductive Technologies and the Risk of Birth Defects
Il tasso di malformazioni con ICSI è 9.8%, con la fecondazione in vitro -ogni tipo considerato-è dell’8.3% mentre nella popolazione generale è del 5.6%. Se si toglie dal computo il tasso di malformazione dei genitori che può essere trasferita al figlio - e quindi si lascia crudo il rischio legato alla tecnica stessa- si vede che mentre per le altre tecniche di FIV le malformazioni sono legate al fatto che il gruppo di genitori è più predisposto a trasmetterle, per la ICSI è proprio legato alla tecnica. !! Lo studio riguarda 300.000 nascite, è australiano.
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Nei nati da fecondazione in vitro c’è circa più del doppio di malformazioni rispetto alla popolazione generale: il 7% rispetto al 2-3%.
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Due studi di CV Bellieni sul dolore del feto appena pubblicati su prestigiose riviste internazionali di medicina. E’ importante (e raro) questo sforzo: che questo tema cioè, con tutta l’evidenza che comporta, appaia e sia accettato dalla comunità scientifica internazionali, e non resti “tra pochi eletti”.
Pain Assessment in Human Fetus and Infants. Bellieni CV. AAPS J. 2012 Apr 18. [Epub ahead of print]
- [PubMed - as supplied by publisher]
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mercoledì 2 maggio 2012
Esiste una rivista scientifica intitolata “Epigenetics”. E’ la nuova frontiera della medicina, assieme alla metabolomica di cui parleremo altrove. L’epigenetica è la serie di meccanismi cellulari che coordina il modo in cui il DNA (la genetica) si esprime. Insomma, il DNA da solo serve a poco, senza una struttura che lo fa parlare, di cui conosciamo ancora poco e che mostra (come fa un bel documentario della BBC intitolato “The ghost in our genes”) che il dogma che “tutto è scritto nel DNA” è semplicemente sbagliato. Ai fan del determinismo non sarà perciò andato giù che Repubblicaabbia dedicato un paio di importanti articoli all’epigenetica. Perché c’è ancora chi pensa che “noi siamo quello che è scritto nei geni”, soprattutto chi vorrebbe sostituirsi a Dio e trovare “il mistero della vita”. Non gli sarà piaciuto perché ancora pensano che “decifrare il DNA è decifrare la vita”, con possibili derive eugenetiche e deterministe (DNA errato = persona errata).
Uscire da questo coro, è ancora un fatto raro, perché in tutte le scuole si continua a magnificare la “lotta per la sopravvivenza” come unica via di evoluzione della vita e il DNA come unico linguaggio della vita stessa e di questa supposta lotta. Ma in biologia la parola “unico” non esiste: aver mappato il DNA è un passo importante per la scienza e di grande soddisfazione per tutti noi, ma è servito davvero a poco, per quanto invece se ne attendeva, pur con possibili ricadute terapeutiche; e anche aver ricostruito in laboratorio un filamento di DNA poi inserito in un batterio al posto di quello naturale è un bel passo avanti scientifico, ma ancora avvolto nel mistero.
Perché il DNA da sé non funziona: serve tutta una struttura che lo “accordi” e lo faccia “suonare” e questa struttura è dentro le nostre cellule ma non la conosciamo: per ora l’abbiamo intravista, le abbiamo dato un nome (epigenetica, appunto) ma non ne sappiamo nulla tranne che funziona bene e agisce tramite l’azione di gruppi metilici sul DNA che “zittano” o “fanno parlare” i geni che al bisogno occorre che parlino o stiano zitti. Ecco perché le nostre cellule sono tutte diverse pur avendo tutte lo stesso DNA. Ed ecco perché continuiamo ad essere preoccupati per ogni tipo di manipolazione genetica: non sappiamo cosa attiviamo!
Su Repubblica Giuliano Aluffi (“Se il destino non è più scritto nel DNA”) spiega che queste attivazioni o silenziamenti di geni sono dovuti all’interazione con l’ambiente e possono essere ereditati. Ma come? Non ci avevano insegnato come dogma assoluto che l’evoluzione della vita avviene solo perché chi ha il DNA più adatto sopravvive a chi ha quello meno adatto? Invece sul DNA può agire l’ambiente inquinato e stressogeno, (vedi l’ultimo numero della rivista Molecular Psychiatry) cambiando non la sequenza dei geni, ma il modo in cui parlano. E allora è possibile che i cambiamenti di altezza, di forma e di vita dei vari organismi viventi non siano dipesi solo dalla lotta feroce in seguito a cui sopravviveva “il migliore” o meglio “il più adatto”, ma anche da un armonica interazione con l’ambiente che invece di dire “Ne resterà solo uno!” (cioè il migliore) dice una parola semplice: “Adattiamoci, collaboriamo”.
Capite come l’evoluzione della vita assuma una chiave diversa: non più lotta (che andava bene al tempo vittoriano in cui tutto doveva giustificare la prevalenza di un popolo su un altro), ma collaborazione. Fa riflettere questo gioco di matrioske: più si studia più si vede che una scoperta non dà mai la risposta finale, ma apre ad un altro mistero e ad un’altra scoperta tanto da far pensare che questo gioco sia infinito e nella sua natura indecifrabile (come un programma di PC che volesse decifrare come è fatto il suo programmatore). Insomma, l’epigenetica – la nuova frontiera della biologia – ci dice che siamo davvero liberi: anche dal nostro genoma. E ci fa piacere che arrivi nei giornali di ampio pubblico. Il mistero della biologia e della genetica è grande e lo resterà perché - come constatiamo nella nostra esistenza in cui tutto sembra chiaro finché non cerchiamo di spiegarlo - “tutte le immagini portano scritto più in là” come poeticamente riportava Eugenio Montale. La scienza, ben lungi dall’essere nemica di uno spirito religioso, apre tutti noi a queste considerazioni.
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Pediatrics. 1999 Oct;104(4 Pt 1):982-5.
American Academy of Pediatrics. Committee on Substance Abuse. Marijuana: A continuing concern for pediatricians
La marijuana fa male. Lo dice l’Accademia Americana di Pediatria (intanto in Italia è l’ultima moda e la vogliono legalizzare). PS: avete mai visto cartelli con scritto “la droga fa male”, così come quelli che (era ora!) dicono questo del fumo di sigaretta?
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PLoS Med. 2006 Feb;3(2):e39. Epub 2006 Jan 24.
The mental health risks of adolescent cannabis use.
La marijuana provoca psicosi nei giovani
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