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di Carlo Bellieni

Chi l’ha detto che le parolacce siano controindicate al grande pubblico? Aldo, Giovanni e Giacomo sono proprio questo: tante parolacce e tanta arte; ma soprattutto tanto senso religioso. Impossibile? No, se sappiamo leggere bene. E se non ci fermiamo alla scorza. E come fermarsi alla scorza guardando “I Corti”, raccolta di brevi sketch, in uno dei quali i tre amici impersonano tre feti nella pancia della mamma? Nessun moralismo, ma un messaggio chiaro che vale più di mille conferenze! Sono tre piccoli feti (anche coi baffi!)  ognuno col suo cordone ombelicale: sentire dei feti, vederli, guardarli: quale proclama pro-life è più tenero e forte? E cosa dire di “Così è la Vita”? Un film il cui finale è un’apoteosi di religiosità, con un’immagine serena e dolce della morte, con i tre che sono condotti da un angelo fino ad un… passaggio a livello oltre il quale c’è il Paradiso, ma che solo Aldo (che poi è il più furfante dei tre nel film) attraversa; ma subito torna indietro dai suoi amici che intanto stanno riconoscendo i loro peccati in un’attesa che è un chiaro ed esplicito Purgatorio, per portarli poi allo stupore del vero Paradiso: il tutto tra battute, sorrisi, qualche parolaccia, ma in un esplicito riconoscimento del soprannaturale. Aldo: “Qui entra gente solo di un certo livello. A parte che se non era per me voi rimanevate fuori, ve lo siete dimenticati?” Giovanni: “Certo che qui è bellissimo eh?” Giacomo: “Più che bellissimo!” Giovanni: “E’ grandioso” Giacomo: “Più che grandioso!”. E infine l’ultimo film, Il Cosmo sul Comò, in cui tratta la storia di un prete e la tratta con tenerezza e profondità, parlando di confessione e di eucaristia con profondità e allegramente, proprio come ci fa piacere sentire. Giovanni: “Padre, esiste davvero l’inferno?”Giacomo: “Che domande, certo che esiste l’inferno”. Giovanni: “Ed è eterno?” Giacomo: “L’inferno è un fuoco eterno” Giovanni: “Ma chi ci va dentro?” Giacomo: “L’inferno è frutto del peccato. Se pecco creo l’inferno e ci entro dentro di mia spontanea volontà” Giovanni: “Come se fosse un autobus!” Giovanni: “Sì, ma se sali sull’autobus del peccato e non scendi alla fermata della confessione, il capolinea sarà la dannazione eterna”.  D’altronde, diceva GK Chesterton, che chi ride da solo o lo fa con Dio o lo fa col Diavolo; e così, potremmo dire noi che i film con chiese e preti o sono fatti da uno spirito devoto o da chi ha astio verso la Chiesa; e con Aldo, Giovanni e Giacomo siamo nel primo caso. Forse non se ne rendono conto perché magari la loro è solo un’espressione di ciò che hanno respirato da ragazzi, ma vederli è dolce e rassicurante. E quando trattano nello stesso film la storia della coppia cui una dottoressa (odiosissima nel film)propone la fecondazione eterologa e Giovanni trascina via la moglie inorridito e alla fine, mentre è triste e solo, trova per miracolo due bimbi in un cassonetto e borbotta andandosene, poi torna indietro e ne salva uno, anzi due, siamo davanti ad un giudizio, ancora una volta controcorrente, sereno e forte, chiaro e allegro. Insomma: viviamo di pregiudizi, e pensiamo che parolacce e & Co. siano male, tutto il resto sia bene. Sbagliato: spesso, come diceva Fabrizio de André “Dai diamanti non nasce niente” e dalle “parolacce”, diremmo noi, “nascono i fior”. Anzi, talora proprio dove tutto è pulito, troppo pulito, arriva l’inganno. Per Chesterton, in fondo, certi delitti si compiono meglio nella pulizia dei grandi palazzi dove non si lasciano tracce di fango; e dove “manca un po’ di sana sporcizia cattolica”.

La cura dei prematuri

January 27th, 2010

di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 24 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Negli ultimi anni si è assistito in tutto il mondo ad una vera e propria epidemia di nascite premature. All’incirca si è avuto un incremento del 20% negli ultimi venti anni, che non è poco, ma tantissimo. La prematurità è un fattore di rischio per la vita e per la salute: certo, tanti sono sani, ma anche è vero che tanti muoiono. Ne nascono 13 milioni all’anno nel mondo e un milione muore. Negli USA si spendono ogni anno circa 26 mila milioni di dollari per la cura dei prematuri.

La prematurità è stranamente in aumento, perché la medicina fa passi da gigante e le possibilità di copertura sanitaria sono sempre migliori. Perché aumenta allora, tanto da dover far creare nuovi reparti o da far trasportare d’urgenza i piccoli da un ospedale all’altro alla ricerca di posti liberi?

La storica associazione March of Dimes che si occupa proprio di prematuri, identifica tre cause: l’aumento della età materna, le nascite gemellari aumentate in seguito ai trattamenti per la fertilità e le nascite moderatamente premature, spesso associate all’aumento di tasso di tagli cesarei.

L’età materna media è in costante aumento nei Paesi occidentali, per una serie di cause tra cui la necessità di rimandar la maternità per finire gli studi e trovare lavoro, e per un fenomeno culturale che mette figli e famiglia in secondo piano rispetto a quella che viene pubblicizzata come “vita vera”, che sarebbe quella legata al divertimento e all’assenza di legami. Ma questo fenomeno non è senza conseguenze. Infatti con l’aumentare dell’età materna i figli arrivano meno facilmente, fino a punte bassissime dopo i 40 anni, età spesso pubblicizzata su certi giornali fino ad una banalizzazione dell’idea che si possa far figli a qualunque età.

D’altronde i trattamenti per la fertilità spesso inducono il concepimento e la gravidanza con molti gemelli che inevitabilmente nasceranno prematuri. Il problema forse risiede nel fatto che tanto si parla sui media di come non-fare figli o di come correre ai ripari, e tanto poco si parla di come invece evitare di restare sterili. E’ una forma di pudore inverso: pagine e pagine sugli anticoncezionali e silenzio sull’importanza di avere figli e averli al momento giusto.

E’ terribile che di questa epidemia non si parli: comporta grosse spese agli Stati e grossi rischi per la salute pubblica. Ma evidentemente per parlarne in Italia come in USA o in Francia, si dovrebbe infrangere il tabù politicamente corretto di parlare dell’importanza della famiglia e dei figli sin dai banchi di scuola, e questo non è popolare in una certa cultura.

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* Il dottor Carlo Bellieni è Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Vita segreta… e buona

January 20th, 2010

“Vita segreta di una teenager americana” è una serie anomala per la TV su cui va in onda, cioè MTV, televisione nota per la sua visione liberal e giovanile… ma è proprio liberal (nel senso di “libera”) e giovanile questa serie che parla di una ragazzina americana che restata incinta a 15 anni, invece di abortire tiene il bambino e tutta la famiglia con tutti i suoi problemi la assiste e supporta. E la storia si snoda tra le scene del matrimonio della ragazza con il fidanzato davanti ai loro amici raccolti e radunati di nascosto e tante scene di solidarietà. Non è sempre così nella realtà. ma perché invece pensare sempre e solo che un bambino non voluto sia sempre e solo una iattura?

di Carlo Bellieni

Le tredicenni vanno pazze per il telefilm-cult “Gossip girl”, in onda su Italia 1 e su qualche rete digitale o satellitare. Ormai tantissime ragazzine sono appassionate alle vicende intrigate e intriganti dei rampolli-bene dell’alta società dell’Upper East-Side di New York, dove si fa sesso, si tradisce, si trama, si spettegola, si spendono capitali con la stessa facilità con cui un giovane comune fa una passeggiata per il corso del paese. L’intento del telefilm verosimilmente è di creare un clima di disapprovazione verso gli eccessi e la vita sregolata, segnata da una ricchezza senza fine e una immane assenza di figure adulte, il tutto condito dalle sfortunate storie d’amore di Serena van der Woodsen o di Blair Waldorf, le due protagoniste, o da tristi vicende familiari (il padre di Blair fugge con un ballerino, quello di Chuck Bass muore, e la moglie si consola subito con quello del fidanzato di sua figlia).

Tutto sarebbe un ricco passatempo se non ci fosse in agguato il doppio gioco del fascino del male, che rende particolarmente “cool” i protagonisti: il sesso sfrenato, il tramare, il parlare di nulla ma teso alla distruzione del rivale di turno. Tutto appare bello, costosissimo e al contempo a portata di mano, … e se il prezzo per avere tutte le scarpe firmate o per viaggiare sempre e solo con autista in auto di lusso è quello di avere dei genitori-fantasma, è un prezzo che si può pagare.

Ecco che diventano allora desiderabili quelli che un tempo chiamavamo vizi: attraverso la Tv entrano, magari non intenzionalmente, atteggiamenti sfrenati e autodistruttivi nei nostri pomeriggi, e sanno farci assorbire, sotto una patina di bei colori e di luci, criteri che un tempo rigettavamo: non crediamoci indenni dal fascino del perverso. Le ragazze si commuovono per una storia d’amore e intanto assorbono il consumismo più duro, l’invidia, il gusto della vendetta e vengono invitate a riconoscersi nel ritratto distorto che di loro la televisione fa. E’ un ritratto distorto: per elogiare la serie, sull’Independent si scrive che “quello che è chiaro per chi conosce le tredicenni è che si odiano l’un l’altra.” e “ La lotta senza freni tra Blair e Serena per il potere è solo la magnificazione e la lieve distorsione di quello che avviene nelle vite delle giovanissime”. Ma non è vero: le nostre ragazze ancora cercano e cercheranno sempre la verità, l’amicizia, l’amore, per un fatto strutturale che hanno scritto dentro, a qualunque latitudine vivano. Ma le ragazze sono portate a specchiarsi in un mondo siffatto, specchio deformato che ne mostra solo un lato, il peggiore, ma le illude che il mondo è davvero così (tutto ciò che si vuole a portata di capriccio) e le convince di essere loro stesse così (fredde e spietate, talora sentimentali fino ad un tristo languore). “Nate Archibald sembra uno dei ragazzi-robot del futuro” continua l’Independent, ”e passa un tempo infinito sul divano di quel mascalzone di Chuck Bass, che vive nell’hotel del padre, beve e cerca di sedurre le quattordicenni”: non è un bel ritratto. E il New York Times, a proposito della serie, titola: “A cosa servono gli amici? Potere e dolore” e scrive: “Gossip Girl ha invertito la rotta e ha fatto una virtù del vuoto e del vizio”. Certo, è affascinante vedere la storia di Chuck Bass che forse si redime e forse no, ma quanto glamour dobbiamo ingoiare per arrivare in fondo? E quanto si dovranno specchiare le nostre teenagers in questi specchi rotti, pensando che quello che lì vedono sia l’ideale della loro vita? E ne resteranno indenni?

House rides again

January 15th, 2010

Cliccando su questo link  ( house ) si accede ad un filmato dove Carlo Bellieni introduce al senso religioso della serie TV “House MD”, che molti ha colpito per le scene in ospedale psichiatrico. E’ un approccio breve, nuovo e stimolante, che vale la pena di seguire.

di Carlo Bellieni


L
a dia­gnosi pre impia­nto
(Dpi) non fa male? La notizia arriva da uno studio belga che mostra come il prelievo di una cellula da un embrione umano non danneggi l’embrione stesso, se questo arriva a nascere.
  Ma non sono solo rose e fiori: lo studio, come riporta anche un reportage della
Bbc , mostra che se invece gli embrioni impiantati dopo Dpi sono più di uno, il tasso di mortalità è 5 volte maggiore della norma. I ricercatori spiegano che questa discrepanza dipende dal piccolo numero di dati (ma allora è poco attendibile il dato positivo o quello negativo?).
  Estrarre una cellula da un corpo fatto di sole otto cellule ha sempre destato apprensione. Anche perché se il tasso di malformazioni non cresce con la Dpi, alcuni studi mostrano che il tasso di ‘attecchimento’, cioè le morti di embrioni dopo l’impianto, è maggiore della norma. Ironia della sorte: la stessa Dpi che ha selezionato quelli che attecchirebbero meglio, ne danneggerebbe a sua volta l’impianto.
 

N
on dimentichiamoci anche che la Dpi viene eseguita per individuare non solo embrioni senza una data malattia gravissima, ma anche per selezionare tra di loro quelli con altre malattie meno gravi (cosa che ha suscitato recentemente proteste in Francia), o per scegliere l’embrione da impiantare in base del sesso voluto. La Dpi viene anche usata per selezionare il figlio sano che potrà donare un tessuto o un organo a un precedente figlio malato e bisognoso di trapianto, vicenda sulla quale Cameron Diaz ha da poco interpretato il bellissimo film
La custode di mia sorella , in cui il figlio concepito come donatore si ribella a questo destino preordinato dai genitori perché non vuole essere solo visto come un serbatoio di organi. La Dpi, che comporta possibili (seppur rari) errori legati al mosaicismo o all’impianto dell’embrione sbagliato, come riporta la rivista Human Reproduction del giugno 2008, fatta per l’eliminazione degli embrioni malati, mette a rischio anche quelli portatori: quale operatore che si troverà in mano embrioni malati, sani e portatori per una certa malattia genetica, impianterà questi ultimi? Insomma, la diagnosi preimpianto desta molti interrogativi etici: non serve a curare, ma solo a eliminare (al massimo a congelare) gli embrioni sgraditi.
 

M
a c’è dell’altro: l’articolo spiega che il tasso di malformazioni non è significativamente
aumentato rispetto «a bambini concepiti con Icsi», e questo è da tenere presente perché, come riporta un altro studio di ricercatori svedesi sullo stesso numero della rivista Human Reproduction in cui appare l’articolo belga, in caso di fecondazione in vitro il tasso di malformazione è già del 30% più alto di quello della popolazione normale; dunque la Dpi ha semplicemente evitato di soffiare su questo incremento, che già era significativo con le comuni tecniche di fecondazione in vitro. Se il dato dell’articolo belga fosse confermato, ovviamente ci rallegreremmo per i bambini nati senza problemi alla salute. Ma questo non ci impedisce di ricordare il dato più importante: la diagnosi preimpianto, che ora vogliono permettere anche in Italia, serve a eliminare embrioni non graditi, quelli che non erano conformi all’idea di figlio desiderato e che perciò sono stati dichiarati indesiderabili.
 

di Carlo Bellieni

Una grave epidemia ha colpito negli ultimi anni il mondo, ma nessuno ne parla. È quella delle nascite premature, mai così numerose e costantemente in aumento, tanto che i posti letto nei reparti a esse destinati spesso non bastano. Così dichiarava nel giugno 2009 l’allora presidente dei neonatologi italiani Claudio Fabris all’agenzia Dire ricordando che annualmente sono 40.000 le nascite premature in Italia. E ogni anno 540.000 bambini prematuri nascono negli Stati Uniti: sono il 12,8 per cento del totale, secondo il Center for Disease Control (marzo 2009), con un aumento del 20 per cento dal 1990. In Francia l’aumento dal 1995 al 2005 è stato del 25 per cento («Santé Médecine», novembre 2009) e in Inghilterra del 30 per cento in 25 anni. L’industria già prevede l’ulteriore incremento delle vendite dei macchinari per l’assistenza a questi piccolissimi, secondo il Millennium Research Group (24 luglio 2007).

La nascita prematura non è da banalizzare: la sopravvivenza migliora di anno in anno grazie ai progressi tecnologici, ma i rischi per la salute restano tanti, e talora gravi: ogni anno nascono quasi 13 milioni di bambini prematuri nel mondo, di cui un milione circa muore. E questo ha un costo elevato: annualmente negli Stati Uniti si spendono oltre 26 milioni di dollari per i prematuri. Questa epidemia è un paradosso, perché non si tratta di un nuovo virus e le cure mediche, così come le prestazioni sanitarie, migliorano sempre. Allora, cosa la fa diffondere? Già, perché se per le infezioni e altre complicazioni il normale progresso medico è sempre più efficace, ci deve essere un fattore che sfugge alle maglie della medicina, quasi fosse un nuovo germe cui non si è preparati. Per l’associazione storica March of Dimes, «i fattori chiave che contribuiscono a questo aumento sono l’aumento di gravidanze oltre i 35 anni, l’aumento di tecniche di riproduzione assistita con gravidanze gemellari e l’aumento di nascite moderatamente premature».

In Italia sono in continuo aumento le nascite da donne ultraquarantenni: da 12.383 nati nel 1995 a 27.938 nati nel 2006 (fonte Istat 2008); in Canada è raddoppiato dal 1970 al 1990 il numero di donne che partoriscono oltre i 30 anni e di conseguenza i parti prematuri sono aumentati del 3,5 per cento sotto i 35 anni e del 14 per cento oltre questa età (Suzanne Tough, «Pediatrics» 2002); sempre in Canada le donne che partoriscono oltre i 35 anni erano il 6 per cento nel 1975, il 18 per cento nel 1995 e il 25 per cento nel 2005 (Arthur Leder, Sexuality, Reproduction and Menopause, 2006).

La maternità posticipata è insomma responsabile del 36 per cento dell’aumento di nascite premature. E più si aspetta a concepire, più è difficile farlo. Allora spesso si ricorre a un aiuto medico; ma, come riporta la rete ginecologica francese Audipog (giugno 2003), questo stesso aiuto non è senza pericoli: «il rischio di gravidanze multiple in donne sottoposte a trattamenti per la fertilità è del 15 per cento contro il 2,1 per cento del concepimento naturale», e Dorte Hvidtjorn su «Pediatrics» dell’agosto 2006 riporta che  il 18 per cento dei nati da fecondazione in vitro sono prematuri, contro il 5 per cento degli altri nati, mentre una rassegna del «Lancet» riporta che anche le gravidanze con un feto singolo medicalmente indotte hanno un rischio doppio di prematurità (luglio 2007).

Il fenomeno tocca ogni latitudine, ma colpisce tipicamente la società del benessere: «le donne che rimandano la maternità sono spesso più scolarizzate, si affidano prima alle cure prenatali, hanno uno stile di vita più sano » scrive Suzanne Tough. E Susan Bewley scrive, nel 2005 sul «British Medical Journal», a proposito delle gravidanze oltre i 35 anni: «I ginecologi sono testimoni di cambiamenti demografici e tragedie nelle ultime due decadi in seguito a questa trasformazione demografica: il dolore dell’infertilità, aborti spontanei, famiglie più piccole del desiderato». E aggiunge riferendosi alle gravidanze in età avanzata: «Ironia della sorte: mentre la società diventa più attenta ai rischi e le donne incinte diventano più ansiose che nel passato, una causa maggiore prevenibile di questa malattia della salute passa misconosciuta. Le agenzie di salute pubblica sono attente ai teenager, ma ignorano l’epidemia di gravidanze della mezza età».

Tutta l’educazione alla gravidanza sui media è concentrata a spiegare come correre ai ripari quando un figlio non arriva o su come non avere figli; ma nulla su come evitare di restare sterili, quale sia il corretto periodo per avere figli, come non avere complicazioni.

È un paradossale pudore inverso: parlare di sesso e contraccezione, ma assolutamente non parlare del desiderio e dell’istinto ad avere figli (se non quando si tratta di come correre ai ripari). E parlare poco degli altri rischi, come l’alcol e il fumo in gravidanza.

Non bisogna recriminare, ma fare fronte all’epidemia. Non tutta la prematurità è legata all’età materna: su varie cause (infezioni, diabete e altre patologie) già si agisce fruttuosamente, su altre si può migliorare (droghe, fumo, alcol, malnutrizione, stress e lavori faticosi). Questi interventi colpiscono il cuore dell’epidemia, mentre l’incremento progressivo e continuo delle nascite premature ha uno stretto legame con l’incremento dell’età delle mamme.

Servono allora coraggiose iniziative a favore delle famiglie giovani e delle donne in età fertile, perché il sogno di maternità non venga frustrato da carenza di denaro o da impedimenti nella carriera lavorativa. Ma serve anche un intervento culturale che riveli i costi dell’autonomia e della mancanza di legami considerate come ideali. Urge una rivoluzione copernicana che rimetta l’ordine biologico al centro del programma di vita: si può derogare all’orologio delle ovaie o del testosterone, ma è molto più saggio riconoscerne il secolare ritmo e, invece di sfuggirlo per poi rimpiangerlo, sfruttarlo appieno.

di Carlo Bellieni

Canale 5 continua a trasmettere la serie TV a cartoni animati “i Simpson”. La serie racconta le avventure di una famiglia-tipo americana, che vive in una situazione di squallore assoluto: squallido il panorama all’ombra di un reattore nucleare che inquina aria e acqua, squallidi i rapporti tra le persone: un sindaco politicante falso e tangentista, un vicino di casa bigotto e perbenista, un barista truffatore e violento e così via: non c’è chi si salva; neanche nella famiglia Simpson ci sono esempi che additereste ad un figlio come ideali di vita: la madre Marge è succube del marito, Bart, il primogenito, è un bulletto e la secondogenita Lisa una secchiona; la più piccola perennemente lattante non parla e il nonno è stizzoso e umilia continuamente il figlio Homer, il quale da parte sua è un lavativo e alquanto ottuso. Il tutto è ancor più lampante per il fatto che tutti personaggi hanno la pelle gialla, che non ha nulla a che vedere con una tinta orientale, ma che invece vuole comunicare un senso di malaticcio. Ma se la storia della famiglia Simpson va avanti da vent’anni ci sarà un motivo, e questo è semplice: sono il nostro ideale. Come, sento già dire, ma lei pensa che noi vorremmo essere così? Che vorremmo essere violenti e falsi, squallidi e bulli? Certo che no, rispondo, ma c’è una cosa che invece vorremmo e che genialmente dalla serie Simpson arriva senza prediche, arriva forte ma nel sottofondo, come la risacca del mare quando siamo sulla spiaggia; non ce ne accorgiamo ma ci sovrasta. Lo dirò molto semplicemente (anche se sento già le critiche di chi nella serie TV vede solo la critica al perbenismo, all’ideale borghese o all ‘american way of life, pur presenti ma non sufficienti a spiegare il successo): tutte ma proprio tutte lo puntate della serie, in cui i personaggi si insultano, si picchiano, si tradiscono… finiscono con l’abbraccio di questa piccola famiglia che, qualunque cosa abbiano fatto, non li abbandona. Homer in una puntata entra in una specie di loggia massonica da cui poi viene regolarmente cacciato, e la moglie lo consola dicendogli “Vedi Homer, tu fai parte di una loggia speciale , la nostra famiglia, dove due membri portano due anelli speciali di riconoscimento” (e guarda le fedi); hanno un nonno antipatico e brusco, ma non lo abbandonano, e così via. Tra tutto questo troviamo delle chicche che ci commuovono, come la puntata “Don’t fear the roofer” (ma non fatevi scoraggiare dal titolo italiano) in cui Homer disperato e depresso va al bar di Moe e lì, oltraggiato e deriso, trova Rio, un personaggio nuovo che appare proprio come l’amico ideale: ma, paradossi possibili solo nei cartoon, nessuno vede Rio, tanto che Homer inizia a gridare per convincerli “Rio esiste, Rio esiste, io l’ho visto!” finché lo ricoverano, negando che Rio esista davvero (capite la metafora), finché non si svela che le persone che non vedevano Rio non lo vedevano per motivi paradossali da cartoon (glielo impediva un buco nero, gli passava davanti un camion…) ma Rio c’era (e comunque Marge non aveva mai abbandonato Homer, nemmeno quando pensava che fosse impazzito). E mitica è la puntata “Bart si vende l’anima” in cui il piccolo Milhouse compra l’anima di Bart e questi inizia a disperarsi perché si sente incompleto, Lisa gli spiega che l’anima è ciò che ci fa persone e che ci fa vivere per sempre, fino al lieto fine dovuto all’amore familiare che gli ricompra il contratto di vendita. Potremmo continuare, ma mi interessa un fatto: siamo troppo abituati a sentire veicolare messaggi buoni da personaggi buoni (preti santi e simpatici, eroi…), mentre la sfida vera dei media USA è di farlo attraverso messaggi umanamente ambigui, ma che svelano il fondo buono a chi sa leggerlo. Il problema è che nessuno insegna più a leggere i segni del bello e non fermarsi alla crosta.

LE FAMIGLIE CHE SOFFRONO

January 7th, 2010

Quando il dolore insegna a rinascere

di Carlo Bellieni

   

    “Facciamo sparire il dolore” è uno slogan molto di moda, perché sembra che la società occidentale davvero sia in grado di vincere il male e la sofferenza. In realtà vuol dire solo “abbassiamo il desiderio” che genera dolore secondo certe filosofie orientali, e accontentiamoci di quello che ci resta. Vogliamo una famiglia ma la convivenza ad un certo punto brucia? Si abbassa il tiro e si apre la strada al divorzio. Vogliamo tanti figli , ma allevarli costa soldi e pensieri? Abbassiamo il tiro e facciamone solo uno, magari anche con la possibilità di abbassare ulteriormente il desiderio e disfarcene prima che nasca se non è venuto bene. Vogliamo una vita vera, ma scopriamo il dolore e la delusione? Abbassiamo il tiro e ci facciamo una bella canna. Sono esempi visionari? Non credo. In qualcuno di questi si è vista una reale lotta o una qualche vittoria sul dolore? Nemmeno. E questo è: la società non vuole vincere il dolore, anche perché se leggiamo cosa ne è del trattamento antidolorifico soprattutto nei bambini neonati c’è da mettersi le mani nei capelli; non lo vuole vincere perché è più facile invece di combattere, aprire delle scorciatoie. Ma c’è chi le scorciatoie non le prende: perché ha figli davvero malati e non può fare finta di vederli, perché non riesce a camminare o parlare o guarire da un tumore. E questa gente è un ostacolo alla strategia delle scorciatoie, dell’abbassamento del desiderio: deve semplicemente farsi da parte. E ci riescono a scansarli, tanto che i giornali non ne parlano mai: se fate una proporzione tra le pagine che parlano di handicap e quelle che parlano di calcio o di veline, capite bene che l’abisso è enorme. Ci riesce la società a farli mettere da parte, con le barriere architettoniche, i prezzi alle stelle dei supporti per disabili, la difficoltà a trovare assistenza domiciliare; e ci riesce proponendo diagnosi prenatali a tappeto, apertura mentale(in certi Paesi) verso l’eutanasia non più di chi è in fin di vita, ma semplicemente di chi di questa vita è stufo. Ma questa censura non racconta che c’è chi dal dolore è rinato, chi ha avuto un figlio gravemente malato e per una strana grazia non si è lasciato andare, non si è sentito sommergere dall’abbandono e dalla tristezza, e come mostra la ricerca scientifica, ha avuto quella che si chiama “crescita post traumatica”: o si muore o si diventa uomini; e quanti sono rinati per non morire, dopo una notizia di avere una brutta malattia o di un crack finanziario. Molti non ce l’hanno fatta. Ma come diceva un telefilm del dr. House, “il fatto che nel 25% dei casi i suicidi non abbiano dato segnali agli amici prima di uccidersi significa solo che il 25% dei suicidi ha amici che non sono amici”. Già, molti muoiono per mancanza di amici e molti crescono perché trovano supporto: allora non è vero che la nascita di un figlio malato è la fine del mondo, che la sofferenza e il “fallimento” (mito e spauracchio della società opulenta) significa inevitabilmente morte. Lo scrive il sottoscritto che della lotta al dolore ha fatto il suo ambito scientifico: il dolore si deve combattere, ma non si deve demonizzare, perché se si demonizza si fugge invece di affrontarlo, o si confonde con la morte; e il dolore non è la morte, mentre chi lo dice pensa che allora la morte sia meglio del dolore, evitando così di trovare e cercare e studiare tutte le strategie per vincerlo, il nostro nemico dolore. Nemico giurato, ma anche sveglia della sensibilità, come sa qualunque medico che combatte il dolore ma sa usarlo per riconoscere le malattie: se non ci fosse il dolore non ci renderemmo conto che abbiamo l’appendicite; se non avessimo la sofferenza non ci renderemmo conto che la vita non la facciamo da soli, e non andremmo in cerca degli altri; altri che non solo colmano la solitudine ma per un dato intrinseco all’essere umano, moltiplicano le forze di una persona, la nobilitano essendo un uomo un essere solo e unicamente sociale. E anche la persona immobilizzata a letto viene nobilitata ancor più dal riconoscere di avere lo stesso destino di chi la circonda; il problema è se chi la circonda la guarda come un valore infinito o come qualcuno che in fondo sarebbe meglio che togliesse il disturbo. Ma le famiglie che soffrono restano sole e questo è il grande peccato sociale: non volerle vedere per non dover ammettere che la loro vita non è finita, e per non giustificare la propria viltà di essere fuggiti mille volte, mentre le famiglie che soffrono resistono. Riusciranno ad allearsi le famiglie che soffrono, a farsi sentire, a trovare chi le fa parlare? Le famiglie che soffrono esistono e sono forti, talvolta crollano e muoiono, ma spesso crescono e incombono come un giudizio sulla società cullata e drogata dal mito della qualità della vita.

   

C’è differenza tra società dello spreco e quella del rifiuto in cui oggi viviamo

di Carlo Bellieni (l’Occidentale 6 gennaio 2010)

SPRECHI ALIMENTARI: INDAGINE ADOC, LE FAMIGLIE BUTTANO NEL CASSONETTO 561 EURO L’ANNO, IL 10% DELLA SPESA TOTALE: è il titolo di un’indagine del Sindacato dei Consumatori pubblicato l’anno scorso, che ci fa riflettere sulle nostre feste e cenoni recenti e , che ci muove ad una considerazione sull’etica del consumo, certamente controcorrente rispetto al moralismo dilagante. Anche quest’anno le cose non sono molto diverse: il titolo “ Milano butta via ogni giorno 180 quintali di pane” (Corriere della Sera, 3 gennaio 2010) ci dà materiale per riflettere su un fatto semplice, cioè che è facile scandalizzarsi e magari piangere per solidarietà, ma è più difficile capire il vero punto della situazione, cioè  che non “siamo nella società dello spreco” (versione buonista-moralista) ma che “siamo nella società del rifiuto”.

Il vero punto è la nascita del concetto di rifiuto, mai esistito nella storia; è capire che il  punto è non che “chi acquista e compra senza ragionare spreca”, ma che si produce proprio per far buttare via: dai supplementi dei giornali agli imballaggi, dagli attrezzi che conviene più buttarli che accomodarli, fino alla colpevole e dolosa mancanza di istruzione e di alfabetizzazione all’uso, al godimento dell’oggetto non solo finché “mi fa piacere”. L’idea di “rifiuto” è un’idea postmoderna, che nasce quando si è iniziato a pensare che qualcosa possa non aver un senso, nella società che afferma che nulla ha senso e che tutto arriva per caso e che in tutto deve prevalere la legge non della logica solidarietà ma quella del più forte. E tutto è rifiuto: dalle pesche con una macchia al grappolo d’uva con un chicco schiacciato; dalla scatoletta di carne che potrebbe durare molto ma molto di più della scadenza al libro con una piccola piega in copertina, tanto che i bambini si rifiutano di mangiare la banana con un piccolo segno nero, o la ciliegia con un graffio dovuto alla grandine.

E tutto è rifiuto nei rapporti tra noi, che finiscono, sono destinati a finire inequivocabilmente, ineluttabilmente, senza speranza, anche se quando nascono tutti giuriamo che non sarà così. Il figlio diventa rifiuto dei genitori non solo se è concepito con un cromosoma in più (anche quelli cui il cromosoma in più non nuoce alla salute, ma tant’è la paura…) ma anche se non è il primo della classe o il primo portiere della squadra del quartiere; i genitori sono rifiuto per i figli quando iniziano a pesare perché loro (i genitori) ne hanno fatto uno solo di figli (“amore mio, così avrai tutto dalla vita”) e ora il figlio unico si sorbisce il peso da solo dei due anzianotti non  autosufficienti che invece di pensare ad una famiglia numerosa con i figli che potevano venire, ne hanno scelto, desiderato, voluto solo e soltanto uno… i due anzianotti che d’altronde nessuno insegna a rispettare: già, perché si rispetta (ed è “persona”, per certi filosofi) solo chi è autosufficiente, chi è autonomo; se non sei autonomo, non sei dei nostri, e allora è tutta una corsa a tingersi e camuffarsi da “giovani”, perché quando la gioventù finisce, come nel libro “Diario della Guerra al Maiale” di Adolfo Bioy Casares (Ed Cavallo di ferro, 2007), in cui si scatena la “caccia al vecchio”, il vecchietto inizia a pesare a tutti, fino alla creazione di una società che fa sentire al vecchietto di pesare perfino a se stesso (non è giovane e allora che ci sta a fare?) e domandare democraticamente e autonomamente (per carità!) di togliere il disturbo.

Insomma, le eccedenze alimentari non sono sempre esistite: solo negli ultimi anni si è pagato i contadini per lasciare il campo incolto, per schiacciare e buttare pomodori e arance. Perché è la società del rifiuto, dell’incapacità a capire che tutto ha un senso e un impiego, non che si può “riciclare”, ma che si può accomodare. Si ricicla un matrimonio col divorzio o col rancore che finge di non esserci ma c’è; ma si accomoda un matrimonio col perdono. Ma chi parla più di perdono quando pullulano libri e film che (dopo millenni di esecrazione fortunata per il genere umano) riportano in auge la vendetta come valore e mito? Le eccedenze alimentare e i rifiuti sono un’invenzione della società che ha il culto fobico della perfezione, sono un segno e un simbolo di una società che non ama se stessa e quello che ha intorno, e non sono il problema, ma un sintomo, come la febbre o le macchie sulla pelle; per questo, come non si deve cercare di far sparire le macchie ma la causa, così è ragionevole e sensato riprendere ad usare l’arma più forte che abbiamo: la capacità di giudizio sul modo che abbiamo di trattare le cose e soprattutto sul significato e valore stesso delle cose: scopriremo che tutto ma proprio tutto, anche le cose-scarto e le cose-rifiuto hanno un valore che di certo stiamo perdendo.

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